martedì 24 dicembre 2013

Natale USA

City Hall, Old Town Alexandria


Auguri ai proprietari dei negozi che mettono sul marciapiede ciotole di acqua e cibo per i cani che passeggiano al guinzaglio con i loro amici uomini.

Auguri alle signore del centro yoga che fino all'ultimo giorno prima di Natale vengono alla classe e si impegnano con lo stesso cuore di sempre.

Auguri alle persone in fila negli enormi supermercati USA, a quelle che si fanno impacchettare il regalo dai bambini disabili nelle librerie, a quelle che comprano le buste piene di cibo per gli homeless alle casse di Whole Foods.

Auguri a chi pratica arti marziali ed è sempre gentile, regalando un sorriso fra un calcio circolare che tira e un colpo che para, paziente nell'insegnare ai più giovani e umile nell'imparare dai più anziani.

Auguri al bambino che gioca a calcio sul tappetino di yoga e guarda l'insegnante con aria provocatoria.

Auguri al signore con il cappellino nero e la barba grigia che gironzola sempre sulla Patrick, con una bottiglia di birra in mano e l'aria di chi non crede più a Babbo Natale.

Auguri alla gente che mangia giganti smoothies color puffo, sospette gelatine di zucchero, biscotti avviluppati in una plastica glassa, cupcakes sepolte da spumosa, densa, extra-dolce copertura.

Auguri a chi cucina per la vigilia di Natale, portando le proprie tradizioni familiari in questa America multietnica, in queste case addobbate a festa con luci, christmas tree, presepi, candele ebraiche, pentacoli neopagani, angeli in volo, divinità colorate, guru con turbanti.

Auguri a chi ha la famiglia lontana e festeggia con il cuore a metà, a chi vorrebbe un biglietto dell'aereo come regalo di Natale e a chi pensa ai propri cari anche se non ce li ha.

Auguri agli abitanti dei cimiteri dalle lapidi bianche ordinate in fila sui grandi prati verdi, a chi non c'è più e ti scalda il cuore al solo pensiero di un suo sorriso. O della sua coda scodinzolante.

Auguri agli amici che vivono in due Stati diversi, uno sulla East e l'altro sulla West Coast, e si abbracciano a distanza.

Auguri ai lobbisti che aspettano il prossimo gun show e a quelli che pregano che le armi spariscano dal mondo.

Auguri all'uomo in carriera nel suo suit di Natale, a quello che corre in tenuta sportiva con il figlio nel passeggino anche durante le feste, a quello che veste italiano per farsi la serata sulla 14esima, al neo-chic che bazzica Georgetown, al bambino in doppio petto e a quello che è vestito come un giocatore di football.
Auguri ai ragazzi che a Natale indosseranno la divisa militare e ai veterani che passeggiano in città la sera su una gamba sola.

Auguri all'automobilista che si ferma per dare precedenza anche quando non richiesto e al pedone che si mette in fila al semaforo non solo perché è Natale.

Auguri al presidente nero nella Casa Bianca, a chi pilota i tre elicotteri su nel cielo di Washington DC e a quelli che provano a indovinare in quale dei tre Obama sta volando.

Auguri a chi innalza e abbassa le bandiere a stelle e strisce, a chi canta l'inno con la mano sul cuore e toglie il cappello in segno di rispetto.

Auguri a chi passerà la vigilia al cinema, vivendo un film in IMAX con gli occhialini 3D sul naso, mangiando i popcorn unti di burro che odorano di piedi, dimenticandosi delle feste là fuori.

Auguri ai giocatori di football, di baseball, di basket e di hockey. A tutti quelli che li guardano correre da destra a sinistra (e viceversa) e a quelli che sperano di essere inquadrati dalla kiss cam.

Auguri a questa America e a chi la guida, la popola, la vive per un po' e poi va via, la visita e non se ne va più.
Auguri a chi la osserva da lontano, dall'altra parte dell'oceano, della terra, del mondo, dall'alto dei cieli.

Auguri da questa America, parte del mio viaggio, parte di me.


On the road, Shenandoah Valley


domenica 15 dicembre 2013

Finestra di successo



Life is much more successfully looked at from a single window.
- tratto da The Great Gatsby, di F. Scott Fitzgerald


La vita si osserva molto meglio da una finestra sola: in quanti sono d'accordo con questa affermazione?
Nick forse uscirebbe in carne e ossa dal primo capitolo del romanzo di Francis Scott Fitzgerald per dirvi che le persone che guardano il mondo da una sola direzione ed eccellono in quella singola cosa che fanno sono in effetti le persone che hanno più successo nella vita. In poche parole, guardare le cose da "una sola finestra" darebbe la visione più chiara in assoluto di ciò che si sta osservando.

Nello yoga esistono tecniche che usano la concentrazione su un singolo pensiero, un suono, un oggetto, un singolo elemento che ci permetta di focalizzare su di esso tutta la nostra attenzione e acquieti così la nostra rumorosa mente, affollata da ben più di un singolo elemento.
La parola yoga significa "unione" e lo yogi è colui che riesce a trovare la neutralità fra gli opposti: il mondo è fatto di polarità (giorno/notte, maschio/femmina, bene/male, ecc) e questa cosa non si cambia. Accettare i "due" e riuscire ad elevarsi al punto da vedere "uno" è il talento di una mente neutrale e la chiave per essere felici, poiché gioia e dolore, alti e bassi della vita diventano parti della stessa medaglia con cui giocare e fare esperienza.

Una sola finestra: siamo d'accordo? In quanti direbbero: se guardo soltanto da una finestra, non mi perderò tutto quello che si vede da qualche altra, magari meglio posizionata, proprio sulla piazza principale?
Non so voi, ma io ci ho pensato. E mi sono data una risposta.
Perché pensare a tante finestre? Chi ha detto che la nostra casa deve averne tante piccole e non può averne solo una gigantesca? Entrerebbe persino più luce. E, in ogni caso, chi ha detto che dobbiamo chiuderci in una casa per affacciarci da una finestra?
Tendiamo a cercare all'esterno ciò che possa soddisfare i nostri bisogni. Cerchiamo il successo nel mondo esterno, aspettandoci di scorgere risultati da quella finestra, dal comfort della nostra casa, da tutto ciò in cui abbiamo investito, dalla struttura che abbiamo scelto perché le nostre prospettive avessero la forma che corrispondesse alla nostra visione. Ma siamo sicuri che sia la visione giusta?

Qual è la chiave del successo? Cosa ci rende felici e allo stesso tempo prosperi?

Ci sono due possibilità: possiamo mettere finestre fra quattro mura nel tentativo di fare entrare luce e vedere il mondo affacciandoci da lì, oppure possiamo realizzare che la finestra siamo noi.

Se spostiamo l'attenzione all'interno, se realizziamo che quella finestra dà su noi stessi e non all'esterno, la visione cambia.
Nelle grandi aziende (ho lavorato come consulente di comunicazione per un paio di multinazionali, chissà, forse solo per condividerne qui l'esperienza!) il principio della finestra è fondamentale: invece di finestra sentirete espressioni altisonanti come comunicazione interna e comunicazione esterna, personalità del brand, vision, ecc. Stiamo parlando però sempre di una semplice finestra, niente altro che una finestra.
Ogni azienda è infatti tale e quale a una singola persona: più c'è unione e unità di intenti, meglio funziona.
Praticando yoga stimoliamo il sistema nervoso e, attraverso la meditazione, eliminiamo le personalità multiple per lasciare esprimere la nostra autenticità e creatività. In altre parole: eliminiamo lo stress e la spazzatura che abbiamo accumulato nel subconscio assumendo ruoli di ogni tipo per anni. Come dire: tutte le impalcature e le fondamenta della nostra casa possono rivelarsi fragili di fronte a uno scossone, se sono solo ciò che abbiamo creato per rivestire un ruolo. Finestre comprese.

Cambiando la prospettiva, realizzando cioè che non abbiamo bisogno di costruire alcuna finestra perché la finestra siamo noi, la prosperità comincia a fluire.
Pensate a voi stessi come una finestra: tutto entra ed esce liberamente. L'aria circola, l'energia circola, le idee circolano, la creatività circola. Possiamo aprirci e chiuderci in base alle situazioni, con un semplice gesto, sensibili e intuitivi, in grado di riconoscere immediatamente se ciò che entra è profumo di fiori o polvere da lavori in corso ed agire di conseguenza, cogliendo le buone opportunità oppure difendendoci da quelle potenzialmente dannose. La visione sul mondo esterno non è filtrata da qualcosa che abbiamo costruito noi, nella convinzione che il giudizio dato dalla nostra mente fosse la discriminante, bensì è esattamente ciò che è, visto dalla nostra consapevolezza, da uno sguardo diretto dall'interno al mondo esterno.

"La vita si osserva molto meglio da una finestra sola": le persone di successo usano solo una finestra.
Al di là delle implicazioni nel romanzo di Scott Fitgerald, ambientato nell'America delle differenze di classe degli anni Venti (si potrebbe dire che è ancora attuale...), dove con questa frase Nick esprime il suo iniziale desiderio di appartenenza alla società, la citazione qui serve da ispirazione: il successo viene dalla consapevolezza, dall'unità, dalla non dispersione. Per successo, leggasi felicità: barcamenandosi fra gli alti e bassi della vita con uguale partecipazione neutrale e gioiosa, lasciando che le cose si muovano senza blocchi e ristagni attraverso la nostra finestra, le opportunità non possono che arrivare.
In altre parole: la chiave del successo è credere in noi stessi senza preconcetti su come le nostre inclinazioni troveranno un risvolto nel mondo e sviluppare una neutralità che ci fa essere intuitivi e ricettivi a tutto ciò che ci circonda in modo da cogliere le buone opportunità al momento giusto.
E ovviamente, una volta scoperte le nostre potenzialità e inclinazioni e trovato il nostro sbocco creativo, metterci l'anima con grande onestà, impegno e trasparenza: mai e poi mai vogliamo deludere noi stessi!

Cosa vediamo in noi stessi di talmente bello che il resto del mondo dovrebbe saperlo e fruirne? Apriamo la nostra finestra e comunichiamolo!

domenica 8 dicembre 2013

Tracce di Natale



Neve, mele e cannella, compleanni, giochi di luce e candele profumate: tutti indizi del mio Natale. In più, ovvio, sono in America. Ecco com'è quest'anno, almeno finora.
Si comincia da passeggiate a Union Station, romanticismo a Georgetown, tramonti e outlet al National Harbor.

Union Station, Washington D.C.
Neve sul nostro terrazzino

National Harbor

Prendere nota: mai farsi regalare un albero di Natale dai Norvegesi. Hanno decorato quello donato agli US, oggi a Union Station, con piccole facce da urlo di Munch: il loro modo per ringraziarli dell'aiuto ricevuto durante la WWII. Che dire? Da urlo.


Union Station, Washington D.C.


























I compleanni dicembrini sono il mio e quelli del CV, non in quest'ordine. L'uomo di casa è stato festeggiato con una torta al cioccolato e noci, farcita con crema alla vaniglia.
Sin da piccola ho compiuto gli anni insieme al Natale, visto che il mio compleanno è il 27 dicembre, e le torte si sono sempre un po' confuse fra pandori e panettoni, pizziddati della nonna e paste di mandorla della zia, pasticcini degni della migliore tradizione siciliana.
In questi giorni le torte hanno rimontato (per quanto senza panna...!): ne ho fatte tre nel giro di una settimana, sono venute buonissime e sono super leggere, visto che lo zucchero è pochissimo e integrato da dolcificanti naturali (miele, malto di riso o sciroppo d'acero) e non ci sono uova.

Torta di mele accompagnata da crema alla cannella



Torta di cioccolato e noci farcita con crema alla vaniglia

Dopo una settimana intensa fra yoga e esami per un'altra cintura di taekwondo, trovo finalmente il tempo per scrivere e apprezzare quanto accaduto nelle ultime ore: tre dolcissime amiche che da DC vengono ad Alexandria alle 5 del mattino per vedermi e fare yoga insieme, happy hour in settimana per conoscerne di nuove e una chat con le care amicizie di sempre, su Whatsapp per poter parlare tutte insieme come ai vecchi tempi nonostante le distanze.

Cosa mi manca del Natale? Potrei dire la Sicilia, ma i miei genitori me la porteranno in persona, insieme ad olio extravergine di oliva appena spremuto e salse fatte in casa dalla mamma.
Mancherà un cane biondo, ma mai dal cuore. Mancheranno persone invisibili, ma senza rancore. Mancheranno regali preziosi e potremmo aver bisogno di più coperte, ma la ricchezza sarà come sempre il calore del cuore.

Dal Potomac, l'orizzonte non mi sembra più così lontano.



venerdì 29 novembre 2013

Il chakra della gola


Creatività a tavola in un ristorante di Tulum, Messico


The word spoken with manners and radiance effectively gives infinite strength to the speaker, and the experience is Godlike.

Yogi Bhajan


Sulla scia delle ricette d'amore, oggi parliamo di gola: in termini di creatività in cucina ma anche di comunicazione, con il supporto dello yoga.

Secondo l'anatomia yogica, i chakra sono vortici di energia (la parola in sanscrito significa proprio "vortice" o "ruota") che corrispondono a precise aree del nostro corpo: il loro corretto funzionamento (e movimento) mantiene la salute in buono stato. In termini di medicina occidentale questo accade quando le ghiandole del nostro corpo, il sistema endocrino, funzionano in modo bilanciato, agendo anche sul sistema nervoso.
Di chakra che passano per il corpo ce ne sono tantissimi, ma i principali corrispondono appunto al nostro sistema ghiandolare. Il chakra della gola, in particolare, è localizzabile in corrispondenza della tiroide (e paratiroide), una meravigliosa ghiandola a forma di farfalla: quale immagine più collegabile a gentilezza, libertà e grazia?

Il chakra della gola è il centro dell'espressione creativa e autentica, della nostra verità: le parole hanno un grande potere nel produrre un effetto sull'ambiente e sulle persone a cui le facciamo arrivare. Quello che diciamo e come lo diciamo esprime chi siamo: ecco perché una comunicazione aggraziata, priva di parole negative e cariche di impulsività fuori controllo, ci rende migliori comunicatori in quanto persone più piacevoli e degne di essere ascoltate. Persino la nostra voce ha il potere di arrivare più o meno piacevolmente alle orecchie altrui: non c'è bisogno di avere la preparazione di un cantante, però prestare attenzione al tono di voce (in modo che sia gentile e sicuro al tempo stesso) sicuramente migliora il processo di comunicazione.

Se la creatività più in termini fisici nasce naturalmente sotto l'ombelico (al livello del secondo chakra, corrispondente al sistema riproduttivo), la creatività applicata e consapevole risiede nella gola ed esprime con verità chi siamo, ovvero la nostra anima.
Quando paure, insicurezza e stress ci bloccano, le nostre capacità di esprimerci e la nostra creatività non fluiscono: sono giorni in cui la pagina resta bianca perché non troviamo le parole, la tela litiga con i colori, i bambini sembrano non volerne sapere di darci retta, ci sentiamo pigri e poco attivi, perdiamo opportunità e siamo chiusi al rinnovamento e la trasformazione non accettando i cambiamenti. Sembra insomma che nulla si muova, ma la verità è che siamo noi a non fluire e non lasciare che le cose si muovano intorno a noi. Non siamo liberi né in grado di trasformare le sfide in opportunità.

In questi casi di staticità, un po' di inventiva e attività rilassanti (ma dinamiche) possono essere di grande aiuto. Si può usare il corpo: praticare yoga ovviamente è perfetto, ma si può anche ballare, cantare (il chakra della gola si attiva immediatamente!), parlare con i bambini, compiere un gesto gentile nei confronti del partner o di noi stessi, fare una passeggiata nella natura o qualunque altra attività che ci muova da quello stato di stagnazione e ci liberi dall'auto-prigionia.

Io ieri ho cucinato, per esempio: la creatività in cucina è super divertente. In questi giorni di Thanksgiving sono stata particolarmente ispirata dal cibo, nel mio caso ovviamente vegetariano.

La mia idea di ispirazione, fortemente legata a un costante flusso di gratitudine, è già venuta fuori più volte in questo blog (qui i dettagli). Yoga e creatività sono fortemente interconnessi e l'aspetto più bello, a mio avviso, è che ciascuno di noi può esprimersi nel modo che più gli è congeniale, in totale libertà, per dare vita a un'opera creativa, qualunque essa sia. Ricette comprese.

Ogni prodotto della terra mi provoca un moto di gratitudine di per sé: più è naturale, appena colto o meno raffinato possibile, più dà energia sana e duratura.
Avete mai provato a prendere un chicco d'uva in mano e non mangiarlo subito? Toccate la superficie liscia della buccia con i polpastrelli, accarezzatelo con le labbra, annusatene la fragranza, provatene la consistenza solo con la lingua e il palato in bocca e solo all'ultimo usate i denti perché vi doni il suo succo, masticando lentamente e bene. Ringraziate e assimilate.
Ogni pasto potrebbe essere un'occasione per meditare e, di sicuro, in questo modo sarà molto più facile da digerire.

Detto ciò, sono siciliana e amo il cibo gustoso. Ho una mamma che dipinge e cucina divinamente, abbellendo ogni piatto con fantasia. Io non sono né una cuoca né una pittrice, i miei ingredienti sono le parole, ma nelle mie vene sicuramente scorre quel flusso continuo di ispirazione al creare e un'attitudine godereccia alla buona tavola.

Il risultato di questi giorni in cucina è stato all'insegna del goloso cioccolato e voglio condividerlo con voi.
Nelle ricette che seguono, gli ingredienti sono tutti biologici e non trovate uova. Io mangio i latticini, ma se siete vegani ci sono sempre altre possibilità!
Si può essere golosi in modo sano: basta usare ingredienti di qualità e non esagerare con lo zucchero (e le fette di torta!).

Anche cucinare è una forma di comunicazione e un gesto d'amore. Nel mio caso, queste ricette sono avvenute per nutrire il mio CV, i vicini, gli amici a cena. E la mia creatività.

Vi fa gola?



Torta Sacher (quasi) vegana


Torta Sacher (quasi) vegana

Ingredienti:

250 grammi di farina tipo 0
150 grammi di zucchero di canna integrale
80 grammi di olio di girasole
120 grammi di cioccolato fondente
2 cucchiai abbondanti di cacao
250 grammi di latte (o latte di soia se la volete del tutto vegana!)
2 cucchiaini di lievito
1 cucchiaino di bicarbonato
2 cucchiai scarsi di aceto di mele
marmellata di albicocche q.b.

Per la copertura:

200 grammi di cioccolato fondente
100 grammi di latte (o latte di soia)
2 cucchiai di marmellata di albicocche
2 cucchiai di sciroppo d'acero

Preparazione:

Versate l'aceto di mele nel latte (o latte di soia!) e lasciate riposare per qualche minuto. Aggiungete il cioccolato fondente che avrete sciolto a bagnomaria, due cucchiai di marmellata di albicocche, lo zucchero di canna e l'olio. In un'altra terrina setacciate farina, lievito, bicarbonato e cacao; aggiungete un po' alla volta ai liquidi (io ho usato il robot da cucina, perché l'impasto della Sacher è più consistente di una torta soffice standard). Ungete e infarinate una teglia da forno di 24cm di diametro, versate il composto e mettete in forno preriscaldato e ventilato a 160 gradi. Fate cuocere per 35 minuti. (Se la teglia è più piccola, dimezzate le dosi e infornate per una decina di minuti in meno).

Fate raffreddare, poi tagliate la torta per il lungo e spalmate uno strato generoso di marmellata di albicocche sulla parte bassa. Ricoprite con l'altra parte della torta. Nel frattempo sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente per la copertura, aggiungete lo sciroppo d'acero, due cucchiai di marmellata di albicocche e il latte (o latte di soia!). Spalmate il tutto quando è ancora caldo sulla torta e fate raffreddare per mezz'ora in frigo prima di servire.


Cupcakes, vegane a piacere

Direttamente dagli States, il dolcetto più famoso che ci sia.

Basic (Vegan) Cupcakes

Ingredienti per 6 cupcakes alla vaniglia e 6 cupcakes al cioccolato:

1/4 di litro di latte (o latte di soia)
1 cucchiaino di aceto di mele
110 grammi di burro (sostituibile con margarina oppure 80 ml di olio di girasole)
170 grammi di zucchero
estratto di vaniglia q.b.
175 grammi di farina
2 cucchiai abbondanti di cacao
1 cucchiaio di amido di mais
1 cucchiaino di lievito
1 cucchiaino di bicarbonato
sale q.b.

Per una copertura di cioccolato spessa e ricca (io ne faccio spesso a meno... de gustibus!):

110 grammi di burro (o margarina) ammorbidito a temperatura ambiente
150 grammi di sciroppo d'agave, chiaro o scuro
2 cucchiaini di estratto di vaniglia
40 grammi di cacao
50 grammi di latte in polvere (o latte di soia in polvere)

Preparazione:

Lasciate addensare il latte con l'aceto di mele per qualche minuto a parte. Mischiate burro e zucchero nel mixer a media velocità per un paio di minuti e poi dividete il composto a metà.
In una metà aggiungete 2 cucchiaini abbondanti di estratto di vaniglia, metà del latte con l'aceto, 100 grammi di farina, l'amido di mais, mezzo cucchiaino di lievito, mezzo cucchiaino di bicarbonato, un pizzico di sale.
Nell'altra metà aggiungete 1 cucchiaino scarso di estratto di vaniglia, l'altra metà del latte con l'aceto, la farina rimasta, il cacao, mezzo cucchiaino di lievito, mezzo cucchiaino di bicarbonato, un pizzico di sale.
Cuocete in forno preriscaldato e ventilato a 180 gradi per 20 minuti.

Lasciate raffreddare mentre preparate la copertura (se la volete): sbattete margarina e agave nel mixer a media velocità fino ad ottenere un composto liscio. Aggiungete la vaniglia, il cacao, il latte in polvere (o latte di soia in polvere) a bassa velocità. Se il mix appare troppo denso, aggiungete un po' di agave, se troppo liquido aggiungete pochissimo latte in polvere.
Mettete in frigo per 10 minuti per far rassodare e uscitelo 15/20 minuti prima di doverlo spalmare (con creatività!) sulle cupcakes completamente raffreddate.

martedì 26 novembre 2013

Ricette d'amore

A la mesa y a la cama una sola vez se llama. (Laura Esquivel, Como agua para chocolate)

Passata dai 30 gradi dello Yucatán in Messico ai -3 della mia Old Town statunitense, ho cominciato a coprirmi di strati pelosi già scendendo dall'aereo: le hostess hanno capito subito che sono una straniera in America, assistendo alla progressiva operazione di copertura con maglione, sciarpa e cappello di lana già al momento dell'atterraggio.
In effetti gli Americani, Dio li benedica, riescono a stare in calzoncini per strada anche quando il gelo forma stalattiti che penzolano dai nasi.

Il volo di ritorno è stato utile per finire di leggere il secondo libro che avevo portato in viaggio, per celebrare l'esplorazione del Messico anche con la letteratura nazionale: dopo Carlos Fuentes, è stata la volta della Esquivel. Il suo "come acqua per il cioccolato" si riferisce a un'espressione comune in Messico: qui la cioccolata calda viene spesso fatta con acqua invece che con latte, lasciando cadere le gocce di cioccolato nell'acqua quando bolle. L'espressione popolare in effetti descrive uno stato di passione, eccitazione sessuale o rabbia: in altre parole, quello che noi diremmo in italiano "ribollire del sangue nelle vene". Può anche significare che qualcosa è "perfetto" per qualcos'altro, proprio come acqua e gocce di cioccolato si fondono insieme e danno luogo a una buonissima cioccolata calda.

Cioccolata calda a San Cristóbal de Las Casas, Messico

Il romanzo della Esquivel è un mix di ingredienti e ricette relativi sia al cibo che all'amore. Con un pizzico di magia e follia che fanno parte della creatività.
Dal momento che sia il cibo che l'amore mi appassionano e ritengo si prestino facilmente all'espressione della nostra creatività, meglio ancora poi se combinati con una lettura in lingua originale e un viaggio nei luoghi in cui le storie sono ambientate, questo post è dedicato a una riflessione sui sensi.
Ovviamente, lo yoga non può non fornire un ottimo spunto di gestione dell'argomento. Letteralmente, di-gestione: quando si tratta di assaggiare e gustare, di lasciarsi tentare e godere delle voluttà che questa meravigliosa vita ci offre, inevitabilmente ci troviamo poi a dover processare l'accaduto.
Che si tratti di peccati di gola o relazionali, il solo fatto di chiamarli "peccati" induce a sensi di colpa, rimorsi, giudizi. Tutta roba difficile da digerire.

Non si parla di peccato in questo blog, per il semplice motivo che chi scrive non trova che la parola "peccato" sia neutrale, bensì il risultato di un lavaggio del cervello, lì dove invece non c'è niente di sporco se non il proprio subconscio, sovraccaricato - poveretto - da tutte le nostre paure, frustrazioni e giudizi che rivolgiamo verso noi stessi.
Per essere felici basta essere coerenti con se stessi, accettarsi e volersi bene, perdonarsi e vivere ogni momento con gratitudine. Il buon senso e la saggezza si possono applicare in qualunque cosa, dalla cucina (dove se si esagera con le dosi, così come se si lesinano gli ingredienti per insaporire, i risultati sono scadenti) alle relazioni (che possono essere sane se si hanno equilibrio, autostima e consapevolezza, oppure malate se invece queste cose scarseggiano).
In ogni caso in Sicilia c'è un detto: peccato cu' mori, peccato chi muore, per dire che solo la morte è una vera perdita. Per tutto il resto, niente è perduto, soprattutto quando si tratta di chili (che, finita la dieta, basta poco per rimettere su) e d'amore.

Yogi e yogini lo sanno bene: non c'è perdita e guadagno. Sono invenzioni della nostra mente.
La neutralità che in questo blog è tanto reclamata non significa essere privi di emozioni o avere una vita insipida e insapore. Tutt'altro. Una mente neutrale ci consente di sapere esattamente quali sono gli ingredienti giusti, la quantità perfetta, la temperatura che ci serve per essere cotti a puntino. Innamorati della vita, con tutti i sensi, e consapevoli di come preservare intatta la nostra integralità. Per nutrire meglio la nostra anima. Ed essere perfetti così come siamo, nella nostra imperfezione umana: come l'acqua per il cioccolato.

Ecco perché l'alimentazione e il cibo sono parti fondamentali dell'esperienza: i sensi ci permettono di odorare e gustare il cibo, vederlo nei suoi colori brillanti e naturali, toccarlo mentre lo prepariamo, magari associare ricordi piacevoli quando sentiamo nell'altra stanza armeggiare qualcuno con stoviglie e fornelli.
Quando ci accostiamo al cibo con consapevolezza, prendendoci cura e rispettando il nostro corpo quale tempio della nostra anima, la nostra salute ne trae beneficio.

Golden Milk


Ricetta per scaldare il cuore in queste fredde giornate invernali: Golden Milk, il latte dorato.

Questa ricetta si deve a Yogi Bhajan, maestro di kundalini yoga, e potete trovarla su "Foods for Health & Healing", KRI Publications.
Oltre ad essere una deliziosa bevanda, gli ingredienti che la costituiscono sono ottimi per le ossa e le articolazioni, per sciogliere i depositi di calcio. La curcuma, in particolare, oltre ad essere un ottimo "lubrificante" per mantenere le articolazioni flessibili (ricetta perfetta per ogni praticante di yoga!) è eccellente anche per la pelle e le mucose, specialmente gli organi di riproduzione femminili.

Ingredienti:
2 cucchiai di olio di mandorle dolci spremuto a freddo
la punta di un cucchiaino di curcuma
4 cucchiai d'acqua
1/4 di litro di latte
miele q.b. per dolcificare

Bollire la curcuma nell'acqua fino a formare una pasta densa. Se si prosciuga troppa acqua, aggiungerne un pochino.
Nel frattempo scaldare il latte con i due cucchiai di olio di mandorle: appena il latte comincia a bollire, togliere immediatamente dal fuoco.
Unire il latte alla pasta di curcuma e mescolare: il latte assumerà un caratteristico colore dorato.
Aggiungere miele quanto basta per dolcificare.
Tocco finale, facoltativo ma dalla sottoscritta fortemente consigliato: mettere il liquido nel frullatore e frullare circa un minuto fino a ottenere una spuma e servire con una spruzzata di cannella.

Chiudere gli occhi e lasciarsi riscaldare dalla sensuale cannella e la morbida spuma dorata, amandosi molto.

sabato 23 novembre 2013

In altre parole, Messico



Spiaggia bianca su cui camminare anche a mezzogiorno senza scottarsi i piedi, il profumo e il suono dell'oceano (anche l'acqua ha la temperatura perfetta), vento fresco per rinfrescarti dal sole tropicale: per una siciliana che vive a Washington DC tutto questo è come scoprire di poter respirare sott'acqua!
Un'amaca in un portico di legno con vista oceano, un libro da leggere e il wifi con cui scrivere al computer direttamente dalla cabaña. Nella natura, con il verde giungla e il blu infinito in tutte le sue gradazioni di colore tra cielo e mare.
Non a caso ho lasciato per ultima la costa del Golfo del Messico in questo viaggio: finalmente sono in paradiso! Solo che si chiama Tulum.

Alba sulla spiaggia di Tulum





























Per arrivare qui, però, sono dovuta passare dall'inferno. E non mi riferisco alle avventure stancanti eppure bellissime delle mie esplorazioni: parlo di un solo giorno, a Chichén Itzá per la precisione.
Come in ogni viaggio che si rispetti ci sono sempre degli imprevisti. Cambiare hotel a Mérida all'ultimo momento perché in camera ci sono le cucarachas può capitare, per esempio. Quello che riesce sempre a sorprendermi invece è quando un essere umano manca di grazia e gentilezza.

Tutto è cominciato la mattina presto che dovevo partire da Mérida per Chichén Itzá: questa volta ho avuto la brillante idea di prendere un tour guidato invece di andare da sola.
Aspetto nella hall dell'albergo che la guida passi a prendere me e un gruppo di altri turisti (diversamente da me, per lo più tutti in coppia).
La guida arriva correndo (è in ritardo) e letteralmente tira per il braccio solo chi trova più vicino. Non me, un po' distaccata, e carica come un mulo fra: valigia per quanto piccola, zaino riempito a tappo, busta della spesa perché dove sto andando non avrò da mangiare, giubbotto pesante (reduce dal freddo statunitense e di Città del Messico) che non ci entrava nella piccola valigia, in una mano il cellulare dando il buongiorno al mio CV rimasto negli US, l'altra nel marsupio per cercare la ricevuta del tour da far vedere alla guida.

Ma la guida frettolosa la ricevuta non la chiede. Quando chiedo conferma alla reception che si tratta del tour e mi fanno cenno di sì, corro fuori in strada per raggiungere il gruppo, le cibarie sporgendosi pericolosamente dalla busta e il giubbotto che si aggrappa alla vita con tutte le sue forze. Andrés, così si chiama la guida, prende la mia valigia e la carica sull'autobus, mentre io chiedo: "andiamo a Chichén, sì?" e lui "claro!" senza neanche guardarmi.
Solo dopo un quarto d'ora di viaggio, l'appello. Per raccogliere le ricevute.
"Scusi signore, non mi ha chiamato!" dico, visto che sembra io sia invisibile (sono seduta in seconda fila e lui è proprio di fronte a me!).
Si avvicina, mi strappa dalle mani la ricevuta, la guarda schifato, prende il microfono da guida e informa tutti: "Questa signorina si è intrufolata senza dire niente, ma non è con il nostro gruppo! La faremo scendere!" e lo dice pergiunta in due lingue. Perché lui, ci tiene a precisare giusto in quel momento, è una guida competente e parla la sua lingua, lo spagnolo, ma anche l'inglese ("spagnolizzato", aggiungerei io).
Gli unici quattro English-speakers sull'autobus (una giovane coppia di americani e una più cresciuta di australiani) si girano tutti insieme verso di me.
"Lo que pasa..." ("il fatto è che..."), mi rivolgo a lui.
Ma Andrés ha già cominciato a spiegare il percorso, le fermate, le raccomandazioni per il viaggio, ignorandomi.

Mi si gonfia credo una vena sulla fronte, ma mantengo la calma e aspetto che finisca: "Signore, cosa facciamo allora? In che senso mi fa scendere?"
Risponde solo dopo che ha fatto una telefonata durante la quale io capisco tutto ma forse lui non ci crede che una donna che viaggia da sola parla più lingue di un uomo messicano che fa la guida: dice che io sono salita a sopresa sul suo autobus, senza dire niente, quando invece il mio tour era con un'agenzia diversa.
Una volta riagganciato, per maggiore chiarezza (sempre parlandomi come fossi una sordomuta che non capirebbe neanche la propria lingua) mi dice che io non sono nella sua lista e non posso andare con loro. "Entiendes? Do you understand?"
"Signore, io capisco, ma non ho intenzione di scendere da questo pullman e rimanere per strada da sola..." ma non mi ascolta né risponde, piuttosto fa un'altra telefonata.
"E va bene!" è la concessione dopo aver chiuso la telefonata. "La ragazza viene con noi, poi a Chichén Itzà però andrà con la sua guida dell'altra agenzia!".
E per tutto il prosieguo del viaggio in autobus fa quello che è la sua priorità, la guida. Degli altri. Io non sono sulla lista quindi non esisto.

Arrivati alla zona archeologica per la visita, chiede che tutti scendano gli oggetti di valore dal bus, perché potrebbero esserci furti.
"Ora ti passo all'altra guida!" mi dice sottovoce.
Ok, meglio pacco postale che dispersa.
Scendo con il mio marsupio e il pesante giubbotto legati in vita, lo zaino riempito come da trasloco in vista della prossima tappa, la busta con la spesa: non sono oggetti di valore, ma io devo cambiare autobus, giusto? Mi aspetto di recuperare anche la valigia, andare con l'altra guida e l'altro gruppo e posare tutto sull'autobus giusto, per fare comodamente la mia visita delle rovine.

Ma no: dell'altra guida neanche l'ombra, sotto i quaranta gradi del posto e il peso dei miei effetti personali. Lo deduco, visto che Andrés continua a fare quello che deve come se niente fosse, come se non dovesse consegnare il pacco. Armato ora di ombrello per farsi riconoscere, chiede che tutti lo seguano per andare a visitare le rovine.
"Signore" gli dico con voce gelida e pacata, ma bruciante. Ora sono al centro del gruppo insieme a lui. "Pretendo che lei mi risponda. Dov'è la mia guida?"
"Non è qui. Lei verrà con noi!"
Comunicarmelo no? Co-mu-ni-ca-zio-ne!
"Io sono carica di roba perché pensavo di fare cambio autobus (e guida!) come mi aveva detto! Non posso venire così con voi. Posso visitare le rovine anche da sola, ma almeno mi faccia lasciare queste cose sull'autobus!".
"Non si può, ora l'autobus è a fare rifornimento!"
"Ok, l'altro autobus allora... quello del mio tour!"
Silenzio.
"Tra l'altro ho anche la valigia nel suo autobus, perciò voglio assicurarmi che non ve ne andiate senza che l'abbia prima recuperata..."
"Avevo detto di scendere tutte le cose di valore!"
"Signore! La mia valigia è stivata come tutte le altre, nel pullman!". Nessuno ovviamente si è portato dietro i bagagli, rimasti al sicuro nell'apposito scompartimento inferiore dell'autobus.
Lui smette di nuovo di parlarmi, prende il telefono e chiama, non si sa chi.
Gli altri ancora intorno a noi due, pubblico loro malgrado.
"La ragazza si rifiuta di entrare con noi a far la visita!" gli sento dire.
Mi esplode la vena del tutto e sento il fuoco dallo stomaco che arriva alla testa.
"Mi faccia parlare con l'agenzia!" gli dico.
Non mi risponde e chiude la telefonata.
"Mi dia il numero dell'agenzia, così chiamo io e voi andate, io visito le rovine da sola ma almeno mi organizzo con tutte queste cose!"
Non mi risponde e "spiega" a tutti cosa sta succedendo. "Allora, la ragazza non viene con noi, la sua guida verrà a prenderla! Noi andiamo!".
Timidamente, un ragazzo interviene: "Le ha chiesto il numero di telefono..."
A lui risponde, forse perché è maschio: "Non ho il numero, perché quella guida è di un'altra agenzia!".

A quel punto non ho più alcun dubbio. L'amabile messicano non ha mai preso accordi con nessuno, non c'è nessuna guida di 70 anni col bastone (sua descrizione) che dovrò riconoscere alla biglietteria e che sta aspettando me e, soprattutto, lui non è un signore. Decido quindi di non chiamarlo più così, anzi, di non rivolgergli mai più parola a mia volta. Mi rivolgo ai ragazzi americani chiedendo loro per favore di non farlo partire se prima non ho recuperato la mia valigia. Loro, assai solidali, mi fanno croce sul cuore.

Da lì, nel giro di mezz'ora, ogni cosa si risolve: trovo il numero dell'agenzia sulla mia ormai tristemente nota ricevuta, chiamo e qualcun altro (non la guida di cui mi aveva parlato lui, zoppa e settantenne, che poveretta non se la sentiva!) mi preleva dalla biglietteria e mi porta a recuperare la valigia alla stazione di rifornimento dove troviamo l'autobus.
Dopo due ore e mezzo sono dentro e sto visitando le rovine, senza la guida e senza il pranzo che erano inclusi nel tour. E senza il trasporto al cenote Ik-Kil la cui visita era prevista, a cui arrivo pagando un taxi a mie spese: bagno di folla, letteralmente, perché a quell'ora la grotta d'acqua è piena di turisti.
"Kukulcán!" esclamo dentro di me, perché sembra un anatema, ma in realtà in antica lingua Maya significa "serpente piumato" ed era il dio protettore dei sacerdoti.

Piramide di Kukulcán, Chichén Itzá


Cenote Ik-Kil










































Dopo una notte di massacro di mosquitos (io ne ho uccise 26 in camera, loro mi hanno lasciato 17 pizzichi di quelli enormi, duri e rossi sulle gambe e quanto basta sul resto del corpo), eccomi qui.
Ho preso un autobus di seconda classe, insieme alla gente locale, per arrivare a Tulum: niente tour, niente turisti, niente guide. Fra sacchi della spazzatura pieni dei loro oggetti di valore, musica latinoamericana e un autista che ama ballare mentre guida. Assolutamente perfetto. Come ho potuto cambiare queste abitudini di viaggio ormai collaudate?

Qui a Tulum sono iguane, azzurro, giochi di luce, albe e tramonti, onde, spiaggia, rovine Maya a ridosso sul mare.
Un caso su un milione: ritrovare una deliziosa coppia di francesi conosciuti a Palenque mentre visitano le rovine di Tulum lo stesso giorno che ho scelto di visitarle io. Andare a cena con loro un'altra volta, per festeggiare.
Un tassista che si chiama Ausencio ma gli piace essere chiamato Barack Obama (la somiglianza c'è davvero!) e dice di essere povero ma felice, perché così sa che tutti i suoi amici lo amano per quello che è e non per i soldi.



Tulum, Zona Arqueológica



Chili relleno con tortilla di mais e salsa di fagioli

E il Messico mi ritorna negli occhi tutto insieme: le croci Maya e quelle cattoliche, le superstizioni e la religione, il cibo piccante (oppure no) tra chili relleno, guacamole e pico de gallo, licuados de chaya, zuppa di cactus, tortillas, tacos, tamales, frijoles, antojitos e tanti altri buonissimi piatti (vegetariani) che ho assaggiato. Le zanzare, i giganti pipistrelli vampiro e le enormi cucarachas. Gli "andale!", i "buen@s!" (per abbreviare il buongiorno e la buonanotte), i "muy amable!" che mi ricordano il "troppo gentile!" siciliano. Le rovine, i palazzi coloniali, le spiagge, l'oceano. I suonatori mariachi. Le persone gentili, sempre disposte a darti una mano, a fare amicizia o farti compagnia (compresi i tassisti sognatori e i camerieri che quando hai già pagato il conto si dicono preoccupati che mangi troppo poco), e anche quelle che sono state sgarbate, perché è solo che non conoscono il loro lato migliore.

Non so perché le altre persone dopo una certa ora vanno via da questa meravigliosa spiaggia di Tulum, ma io rimango fino al tramonto. Voglio imprimere nelle orecchie il suono dell'oceano e del vento, negli occhi l'azzurro del cielo, il blu del mare, il candore della spiaggia e il verde delle palme, nei piedi la morbidezza della sabbia fresca e le carezze delle onde.

Tramonto in spiaggia

Il momento è arrivato, cammino lentamente verso la riva lì dove l'oceano bacia la sabbia. Lascio delle orme che presto verranno cancellate dalla risacca. Guardo l'orizzonte: non c'è terra oltre le gradazioni di blu davanti agli occhi. Mi perdo volontariamente in quell'infinito e mi sento libera, salata e immensa.
Prendo un bel respiro e saluto, grata. Volto le spalle e faccio qualche passo. Sembra quasi che lui (l'oceano del Golfo del Messico) mi voglia seguire, un'onda dopo l'altra, l'acqua dietro i miei talloni.
"Ti ringrazio di cuore, ti porterò sempre con me, ma il mio posto è dove posso essere una e infinita come adesso, però in due corpi..." e gli occhi grandi del mio CV mi appaiono, il profumo della sua pelle nell'aria insieme alla brezza marina.
Domani si torna a casa.


martedì 19 novembre 2013

Valentina sul panino

Plaza Grande, Mérida


La prima volta che in Messico mi hanno chiesto se volevo Valentina sul panino, la mia immaginazione ha fatto i fuochi d'artificio.
Valentina è una salsa piccante (a base di chili, cos'altro?): il brand, nato a Guadalajara, è talmente noto che il nome "Valentina" in Messico è diventato archetipo di condimenti alla stregua di ketchup o mayonese.
Sembra più il titolo di un fumetto hot (il collegamento con la Valentina di Guido Crepax è inevitabile), eppure funziona.

La comunicazione non è altro che questo: quando lo dici semplice, è più facile da ricordare. Questo non vale solo nell'advertising ma anche in una relazione.

Se provo a parlare con mio marito passandogli ogni singolo pensiero che mi passa per la testa e relative parole ad esso associate, potete stare sicuri che ne carpirà il 10%.
Questo non è per sminuire la sua capacità d'ascolto o le mie capacità oratorie, è soltanto che io sono una donna e lui è un uomo.

C'è una branca dello yoga kundalini che pratico e insegno che si chiama Umanologia e una delle cose che studia è proprio la natura dell'uomo e della donna e la loro relazione, in quanto creature del tutto differenti e ugualmente meravigliose.

Per esempio: l'uomo pensa per problemi, la donna per idee. Vale a dire: "Caro, stavo pensando che potremmo ridipingere le pareti di casa..." e vuoi solo buttare lì un'idea che ti è passata per la mente. Quello che tu ignori è che lui sta già pensando a quale colore dovreste scegliere, quando può fissare in agenda questo evento, stimare il budget necessario per la spesa in questione, pensando a chiamare la ditta dopo la riunione in ufficio di domani. Il giorno dopo, però, quando lui riprende l'argomento tu caschi dal pero: "era solo un'idea..."!

Altro esempio, celeberrimo: l'uomo riesce a fare una sola cosa alla volta, la donna è multitasking, come la dea Kali dalle multiple braccia. Stai preparando la cena, parlando al telefono con un'amica, tenendo in braccio il bambino, e riesci anche a parlare con lui che invece è concentrato sul riparare qualcosa che si è rotto a casa. Il risultato è che, seduti a tavola per la cena, tu pensi lui abbia seguito tutto e gli chiedi: "allora ci pensi tu domani a far la spesa?" e stavolta è lui (che ti aveva detto sì) a cascare dal pero.

La caduta dal pero è insomma la specialità in ogni relazione uomo-donna che si rispetti. Il punto è che si può sorridere di fronte alle differenze, una volta che se ne ha la consapevolezza.
Se la donna comincia a pensare di non essere ascoltata è un guaio. Invece può avere compassione: poverino, non ce la fa. Sta facendo qualcosa? Tutto il suo cervello è concentrato in quello che sta facendo. Diglielo dopo: ascolterà, sei la sua dea, ti ha scelto perché lo ispiri.
Oppure: la donna ha un'idea e l'uomo rimane male se poi prova a metterla in atto e lei fa spallucce. Perché? Lo sai che è fatta così, lasciale sfornare tutte le sue idee, quando davvero vorrà che tu faccia qualcosa per lei te lo chiederà: sei il suo dio, ti ha scelto perché tu la sostenga.

Nel comunicare si può pensare a Valentina (non un'altra donna, per carità!). In una sola parola, tutto il sapore che serve per rendere una pietanza caratteristica e memorabile.
Dirlo facile, leggero, con il sorriso. E se l'altro ancora non capisce, nel silenzio ascolterà. Non nel rimprovero e nelle urla.

Cattedrale di San Idelfonso, Mérida

Qui a Mérida ho passato quasi tre giorni e ho conosciuto: Fernando, Arturo, Roberto e altri di cui - mi perdoneranno - non ricordo il nome. Questi amabili signori erano chi studente, chi professore universitario, chi dipendente al Municipio. Ciascuno di loro mi ha fermato per strada con fare innocente conquistandosi la mia fiducia grazie a un'effettiva disponibilità e preparazione culturale: il professore mi ha illustrato la storia dell'Università di Mérida, lo studente mi ha descritto con cura tutte le attività attualmente in corso in teatro, il dipendente pubblico mi ha parlato degli affreschi del palazzo del governo. Ciascuno, guarda caso, si trovava di fronte ai rispettivi edifici e mi ha fermato proprio là.
Tutti avevano in comune una cosa: alla fine dei loro davvero interessanti e, ho appurato, veritieri discorsi, ti invitavano a comprare nella zona x o y per "aiutare la comunità" o perché "altrove i prodotti sono falsi" oppure perché "domani è festa e chiude tutto".

Questi signori sono artisti della comunicazione. Sanno chi è il target (il turista assetato di informazioni culturali e/o sociali del posto che sta visitando), parlano la tua lingua (e non importa se tu conosci la loro, usano comunque la tua), ti accompagnano con nonchalance nell'esplorazione dell'edificio davanti al quale si sono piazzati facendo presa sul tuo genuino interesse e, cammina cammina e parla parla, ti infilano i "prodotti" e i "punti vendita" nella passeggiata e nel discorso con grande maestria.

Purtroppo per loro hanno beccato un'altra professionista e, probabilmente, una delle turiste peggiori (non solo non ho comprato niente, li ho anche ascoltati fino all'ultimo per gentilezza pur sapendo dove volevano arrivare). Ma sono sicura che il loro marketing funziona.
In ogni caso, sono gentiluomini: una volta che dici chiaramente (ancora una volta, comunicazione!) che non comprerai nulla, girano i tacchi e non insistono.



















L'arte comunque a Mérida c'è davvero: palazzi coloniali, chiese, teatri, danze e canti quasi ogni sera al centro storico. E la gente è davvero gentile, anche quando vuole ottenere qualcosa lo fa con stile e consapevolezza a la mexicána: la viaggiatrice solitaria che non mangia carne e non beve alcolici deve apparire come un fenomeno da indagare. Sono sicura che in poco tempo il loro marketing coprirà anche questo sconosciuto target e aggiungeranno nuovi ingredienti da mettere sul panino.

Affresco di F.C.Pacheco, Creazione dell'uomo dal mais - Palazzo del Governo, Mérida



lunedì 18 novembre 2013

Nella giungla, come farfalle

Agua Azul, Chiapas

Poderose cascate, bancarelle di souvenir e lime rinfrescante, turisti carichi di macchine fotografiche, catapecchie rifugio degli Zapatistas, monumentali rovine Maya, folle di gente appiccicata dal clima tropicale, bambini che per giocare usano ancora le fionde, i copertoni come altalene e le carriole per farsi portare a spasso.
La giungla del Chiapas, dove tutto è troppo nel bene e nel male. La povertà, il caldo, l'umidità, i turisti, le finzioni locali per strappare pesos allo straniero. Ma anche la natura selvaggia e la vita coraggiosa di chi abita questo angolo di mondo.

Cascata Misol-Ha - Salto de Agua, Chiapas
Cascate Agua Azul - Tumbalá, Chiapas



















A Palenque, mai dire Maya: la magia antica si confonde con i flash delle macchine fotografiche di orde di turisti che non badano più di tanto ai divieti che preservano le opere d'arte. Eppure risuona, anche quando pensi che non capirai mai.
Insieme al canto degli uccelli (ne avrò contati almeno sette diversi) e alle prove giganti di una civiltà tanto intelligente quanto violenta: cellulari che squillano, ventenni che schiamazzano e si rincorrono, souvenir appositamente localizzati perché il turista possa comprare qualcosa alla fine del giro.

Rovine Maya, Zona Archeologica di Palenque


















Mi sento piccola di fronte ai templi Maya di Palenque, tanto quanto di fronte ai bambini che giocano davanti alle cascate di Agua Azul e si inzuppano ridendo sotto Misol-Ha. Piccola ma leggera, come se potessi andare e tornare in un battito d'ali. E forse l'ho fatto, senza rendermene conto. Forse si può fare ogni volta che ci sentiamo nella giungla, in mezzo alla confusione di pensieri e preoccupazioni, di fronte a quello che non possiamo cambiare o quando immersi in situazioni intricate e apparentemente senza via d'uscita: possiamo pensare che è solo un attimo, un battito d'ali che fa parte di un volo più lungo e completo.

C'è ancora strada da fare e souvenir intangibili da riportare a casa, di quelli che nutrono l'anima e premiano dopo tanta fatica.
In quella giungla che è la mente, ali spiegate e occhi aperti: ci sono piccole cose che per essere viste vanno colte con leggerezza, lontano da uno sguardo indiscreto e superficiale.


venerdì 15 novembre 2013

Magia

Mercato Chamula, San Cristóbal de Las Casas

E alla fine è arrivata: l'onda anomala di libertà. E' successo in un momento qualunque, a bordo di un camión che da Tuxtla Gutierrez mi ha portato a San Cristóbal de Las Casas.
Dai finestrini guardavo la fitta vegetazione, le strade povere e polverose, le forze dell'ordine armate fino ai denti, la gente sparsa e rassegnata, le facce spesso segnate da cicatrici di coltello. Dopo nuvole di nebbia e di pensieri attraverso le montagne, ecco spuntare una valle di case lì in mezzo: San Cristóbal.

Leggevo poco prima di Marcos e i suoi Zapatistas nel Chiapas, di come il comandante uscì dalla giungla in sella alla sua moto per estendere il movimento negli altri stati messicani.
Una volta distolto lo sguardo dalla lettura ho realizzato di essere "sola" in sella alla camioneta, verso un'esperienza totalmente nuova e potente. Ho sentito una ventata d'aria al cuore, una grande forza creativa liberarsi da me. E ho iniziato a scrivere questo post sul mio taccuino, fra una curva e l'altra.

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas

C'è di più delle lotte politiche e dell'estrema povertà a San Cristóbal. Ovvio, c'è la solita abitudine ai turisti e la continua richiesta di denaro in cambio di una foto, un braccialetto o una muñeca. Ci sono le croci (di fronte a ogni chiesa), gli sguardi affamati e orgogliosi, i taxi che una donna da sola è meglio non prenda di notte, il retaggio Zapatista fra magliette rosse in vendita nei negozi e un circolo culturale/ristorante, i discorsi di libertà al mercato delle donne di San Juan Chamula dove due uomini ben vestiti sono circondati da una folla di indígenas con le gonne nere e pelose (se di San Juan Chamula) o gli scialli viola con ricami di fiori (se di San Lorenzo Zinacantán, dove amano coltivare fiori soprattutto viola).




C'è soprattutto magia. Nell'aria, nella gente, in tutto ciò che qui si produce. Tutto è fatto con una religiosità estrema, nel bene e nel male. Dalla devozione alla superstizione, dalla fede alla diffidenza.
Potrei vivere qui molto più di qualche giorno come ho fatto: ci sono prodotti locali freschi e ristoranti vegetariani biologici, yoga e scienze di guarigione naturale, colori pastello e tanta, tanta energia in movimento.
Negozi di ambra (considerata dai locali amuleto di protezione per eccellenza e qui anche nella versione rossa, rarissima fuori dal Messico), caffè del Chiapas (uno dei migliori del mondo, anche se io non bevo caffè) e posherías (bar che vendono il pox, bevanda tipica del Chiapas, considerata alcolica ma non troppo... comunque non adatta ai minori né tantomeno alla sottoscritta!).


Calle Real de Guadaloupe
Mercato nei pressi del Templo de Santo Domingo
Cattedrale di San Cristóbal, Plaza 31 de Marzo

Magia, nei pueblitos di San Juan Chamula e San Lorenzo Zinacantán a una decina di chilometri da San Cristóbal, dove gli abitanti credono davvero che la macchina fotografica rubi l'anima: guai a uscire l'attrezzo (o lo smartphone) dentro la chiesa oppure tentare di riprendere dei volti, a meno che non si voglia essere assaliti, pagare una multa e avere sequestrato l'oggetto incriminato.
Non so quante volte avrei voluto fotografare certe situazioni e non ho potuto... Qualunque viaggio io abbia fatto, sono sempre stata più attirata dalle espressioni, dai dettagli che comunicavano qualcosa, da momenti che raccontavano una storia. Per quanto mi sia rimasta l'acquolina in bocca in questi paesini che ad ogni angolo offrivano ispirazione, mi sono accontentata di quanto "rapito" a San Cristóbal.






























San Lorenzo Zinacantán
San Juan Chamula





Dai ceri accesi di fronte a flotte di santi sugli altari fino ai rituali tanto vicini alla santería afro-cubana, l'atmosfera in quei pueblitos era intensa, l'aria densa e pesante.
Specchietti appesi alle statue dei santi per riflettere il malocchio, curander@s che guariscono con le erbe, riconoscono i mali toccando il polso (questo mi ricorda l'Ayurveda!), curano tramite le croci... Candele di ogni colore in base allo scopo, sputando pox intorno al malato per purificarlo dal mal ojo o dal suo stesso cattivo comportamento (qui ritengono che se ti ammali è perché ti sei comportato male, per esempio se ti sei fatto fotografare!), spolverando la sua aura con ciuffi di erbe o uova (che sembra assorbano la negatività) e, in casi estremi, spezzando il collo di una gallina, in modo che la malattia passi dalla persona all'animale che, lasciandoci le penne, se la porta via. Arrivato quel momento non me la sono sentita, sono uscita dalla chiesa di San Juan Chamula, dove si stavano tenendo almeno tre o quattro rituali contemporaneamente. (Per la cronaca, la gallina le penne ce le lascia davvero: pare che la iettatura e/o il malanno rimangano solo nelle piume, la carne è ok e viene dunque mangiata. Non si butta via niente.)

Di ritorno dai pueblitos, non posso che fare anch'io "magia". Quella dove non occorre altro che se stessi, corpo, mente e anima, a prescindere dalla religione: una classe di kundalini yoga persino qui, nel Chiapas.
E mi accorgo di come la mia anima sia lì, al suo posto, nessuno l'ha rubata. Non ancora.