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giovedì 30 luglio 2015

Goodbye

Market Square con la City Hall, Old Town Alexandria


Non so da dove cominciare. Una sensazione nuova per chi, come me, scriverebbe una pagina per ogni battito di ciglia. Questa pagina però chiude un capitolo e dunque merita più di un battito di ciglia.
C'è un intero sguardo, dietro questa pagina. Uno di quegli sguardi che rivolgi a chi ami, di quelli che solo un bellissimo tramonto cattura, di quelli che amano soffermarsi sui riflessi nelle gocce di pioggia sulla finestra.

Sono gli ultimi giorni qui nella nostra America. Un miscuglio di emozioni fluisce volontariamente libero, dentro e fuori dalla pelle col respiro. Consapevolmente mi godo anche la malinconia della separazione dal luogo che ci ha ospitato per tre lunghi anni, dalla casa in cui il mio baby è nato in un giorno di Novembre quando fuori c'era la neve.

La townhouse in cui abbiamo vissuto, angolo tra la King e la Patrick



Passeggio come sempre nella mia Old Town Alexandria, in Virginia, fatta di ciottoli e mattoncini rossi, di townhouse colorate e negozietti sulla King, la via principale, di un waterfront che tante volte ci ha visto andare su e giù lungo il Potomac, sul Mount Vernon Trail, oppure solo per dire ciao a Starbucks.

Porticciolo al Waterfront, Old Town Alexandria


Un intero sguardo, meritato. Ogni passeggiata è adesso l'ultima, ogni negozio quello in cui ti sembra di non avere mai comprato abbastanza, ogni via e angolo della città quelli che avresti potuto percorrere persino di più. E parte la storia, quella dell'addio e del ritorno, una di quelle ancora, sempre, in viaggio. La mente neutra si prepara a raccontarne una nuova, un'altra vita, back to Rome, poi di nuovo via al nord, back to Rome again, poi chissà. D'altronde le emozioni fanno parte dell'avventura, e ti senti un po' nomade ma innamorata come Vianne Rocher (chi non ha letto Chocolat di Joanne Harris? Se non l'avete ancora fatto, sappiate che è totalmente un'altra storia rispetto al film) che trascina con sé per il mondo la sua piccolina Anouk al ritmo del vento. Guardo il mio baby con amore e lo stringo al seno, quel profumo di bambino mi fa sentire a casa.



Un turbine di emozioni, consapevolmente assaporate. I saluti agli adorabili vicini di casa, ai miei studenti di yoga che più teneri non si può, alle amiche conosciute qui che porterai con te nel cuore e ti auguri di rivedere. Uno sguardo al passato, ai tre anni statunitensi che ti hanno dato tanto, uno al futuro ambientato altrove, pieno di incognite, sogni da realizzare e progetti in corso che vuoi condividere. Poi torni al presente fatto di valigie, scatoloni, pannolini e libri di favole (in inglese). Non c'è tempo di divagare ma le emozioni restano lì a fluire libere al ritmo del vento.



Questo blog è nato in viaggio, ha raccolto le mie esperienze nel Nuovo Mondo che ora è già vecchio. Storie di una mente (che lavora ogni giorno per essere) neutra, e così vorrà essere, sotto un altro cielo. La malinconia c'è, ma danza intorno a una missione che è un pilastro di certezza, come mi ricorda il Ganesha regalatomi dalle amate persone del centro yoga in cui ho praticato e insegnato in questi anni americani, ormai da solo sul comodino vuoto: gratitudine nel mio cuore. Lì dove c'è casa.


giovedì 16 aprile 2015

E tre, la stagione dell'amore



Questo a Washington DC è il mitico periodo del cherry blossom. Per il terzo anno di fila passeggiamo sotto gli alberi eccitati all'idea che i delicati petali di ciliegio si posino su di noi, portati dal vento che viene dal Potomac.

Il primo anno ho fatto una corsa fra i ciliegi, pur di passare qualche giorno in Florida al prezzo di biglietti più economici ma purtroppo proprio nel periodo di maggiore fioritura in DC. La seconda volta è stata magica, nel periodo in cui allo sbocciare dei fiori corrispondeva la vita fiorirmi dentro, da poco scoperto che il baby era lì dentro la pancia.

Old Town Alexandria

Quest'anno il nostro cherry blossom è a misura di bambino. Le folle sono tutte in DC anche questa volta: picnic sui prati e pedalò sul Tidal Basin, turisti in estasi con pesanti macchine fotografiche al collo e washingtoniani con passeggini al seguito, confusione e impossibilità di trovare un centimento quadrato per disporre del tuo spazio e goderti quel delicato paesaggio rosa.

Quest'anno abbiamo deciso di festeggiare il cherry blossom ad Alexandria, nella quiete della nostra Old Town. Non ci siamo fatti mancare il prato, le passeggiate sotto i fiori, la celebrazione della stagione degli amori. E, mentre sotto gli alberi aspettiamo eccitati che il vento posi i delicati petali di ciliegio su di noi, questo cherry blossom è anche: un piccolo parco giochi incastonato nella benestante neighborhood di Rosemont, un telo steso sul prato di Fort Hunt National Park, una terza primavera americana celebrata in tre.









mercoledì 25 marzo 2015

Pronti, parto e via



In questo marzo pieno di ricette di felicità, mi sembra doveroso dare spazio almeno con un post ad altri argomenti da lifestyle blog. Il tempo scarseggia e cerco di destreggiarmi con tanta buona volontà tra piaceri e doveri, in modo da avere un buon equlibrio. Scrivere è sempre un piacere, sia che lo faccia per lavoro oppure qui sul blog per condividere le ispirazioni del momento. A volte però essere mamme da poco può davvero farti mancare la terra sotto i piedi (e le ore di sonno).

Dall'estate scorsa, quando al quinto mese di gravidanza siamo stati into the wild e abbiamo visitato San Francisco e Salt Lake City, mancano le storie di viaggio da questo blog. L'ultima esplorazione in effetti è avvenuta dopo, con un pancione da otto mesi al seguito, a Cape Hatteras: un ritorno alle Outer Banks che avevamo già visitato, senza spingerci fino a questo lembo di terra del North Carolina. Una fuga romantica tinta dei colori del mare e della sabbia, che tanto mancano alla me siciliana. Un rifugio su una piccola capanna su palafitta, a misura di due persone più una in arrivo. Non è stato come in Messico a Tulum, con quell'acqua cristallina e le sabbie bianche, l'amaca con vista sull'oceano e l'avventura di una ragazza in viaggio da sola: è stato meglio. Con il mio Compagno di Viaggio e con la vita che mi cresceva dentro, è stata una piccola favola d'amore durata un weekend. Con le nostre albe e i nostri tramonti, i nostri abbracci e le passeggiate sulla spiaggia quando il sole non è troppo caldo, per non stancare il pancione.

Il sole sorge sull'oceano, Cape Hatteras
Il sole tramonta su Cape Hatteras (visto dalla capanna)
 
Io e il mio CV già da qualche settimana stiamo pensando alle prossime destinazioni con baby al seguito. Si parla di mete all'interno degli States, come viaggiatori e genitori in rodaggio: quelle ancora inesplorate oppure quelle visitate troppo tempo fa e con superficialità per poterci mettere la bandierina. Sarà di nuovo Texas? Oppure Chicago e i grandi laghi? Perché non on the road negli immensi spazi delle praterie?



Valuto le opzioni diversamente rispetto al periodo prenatal: è come se percepissi che adesso il baby è fuori da me, sempre nel mio campo energetico, ma ha tutto quello che è indipendente abbastanza per esprimere la sua opinione. No, mamma, questo mi stancherebbe. Papà, preferisco camminare nel carrier nella natura. Meglio in città, dove posso trovare riparo più facilmente, come prima volta tanto lontano da casa. L'aereo? Non è che alle mie piccole orecchie piaccia tanto l'idea.

Probabilmente è tutta una mia proiezione, le tipiche e banali ansie da nuova mamma. Questo viaggio, a maggior ragione, ci vuole come il pane: bisogna fare l'esperienza per capire. Per noi genitori sarà un'altra opportunità di crescita, trasformazione, rinascita. Perché così intendiamo il viaggio: essere la guida di se stessi e quindi un esempio per il baby, senza aspettative e pretese. Un faro, un insegnante, come suggerisce il nostro amato yoga. Viaggiatori ed esploratori della vita. Certo, il baby è ancora piccolo, ma non è mai troppo presto per iniziare a viaggiare.


Cape Hatteras Lighthouse

Una delle cose che avere un baby mi ha insegnato: surrender. Arrenditi e segui il flusso della vita con naturalezza, scoprendo che hai la forza di sostenere qualunque cosa anche quando ti sembra impossibile. Lo dicevo sempre insegnando le classi di yoga senza averlo mai capito così fino in fondo come adesso: da mamma ho fatto e continuo a fare ogni giorno un'esperienza completa e inequivocabile della Shakti (in yoga, Shakti è l'energia cosmica, il potere creativo primordiale: ne riparleremo più nei dettagli nel prossimo post).
Oggi però, in attesa del prossimo volo (oppure macchina a noleggio), voglio parlarvi del viaggio che ha portato a destinazione il baby. Pronti e via, più che della partenza oggi vi parlo del parto. Un viaggio itself.

In effetti non si può raccontare ogni emozione, ogni sfumatura, è un'esperienza soggettiva, un miracolo che si svolge in modo diverso per ogni donna. Posso però raccontarvi delle mie scelte e di come affidarsi a Madre Natura sia stata per me un'ispirazione che mi ha regalato la più autentica e dolce esperienza del miracolo della nascita.

Come già avevo accennato in un altro post qualche mese fa, ho scelto di partorire in casa, senza farmaci e interventi medici non necessari. Quando sei incinta e lo dici in giro, la maggior parte delle persone alzano le sopracciglia, fanno la bocca ad O, strabuzzano gli occhi, ti dicono che sei coraggiosa (ma intendono dire che sei pazza e glielo leggi in faccia), ti invitano a riflettere su tutte le possibili conseguenze (e intendono morte, disgrazia, malattia e altre cose di questo tipo) e, se nel migliore dei casi non ti dicono nulla, ti prendono per un'irreponsabile figlia dei fiori che è maniaca, fissata, tutta peace&love e non sa quello che sta facendo.

Ecco, niente di tutto questo. Sarò anche a favore sia della peace che del love, ma partorire in casa è una scelta razionale, monitorata, responsabile. Rinunci a farmaci e interventi innaturali (che è cosa buona sia per te che per il bimbo) e conti su un'intimità indescrivibile. Ovviamente sei seguita e nessuna brava ostetrica o levatrice te lo lascia fare se la tua salute non è perfetta e non c'è alcun rischio di complicazioni per mamma e bambino. Le statistiche del birth center a cui mi sono affidata parlano chiaro: solo circa il 3% delle donne finisce da casa in ospedale per emergenze impreviste e imprevedibili. Molte di più ci finiscono non per necessità, ma perché si arrendono e vogliono farmaci antidolore oppure il travaglio è stato così lungo che sono sfinite. Ci sono libri e libri che ne parlano e io e il papà abbiamo letto, ma questo non è l'articolo che scriverei per una rivista, qui voglio parlarvi delle mie emozioni, della mia esperienza.



Ho avuto una gravidanza perfetta, un'esperienza di parto naturale meravigliosa e un post-partum da metterci la firma. Niente gonfiori in gravidanza, solo il pancione; nessuna smagliatura della pelle, nessun chilo di troppo e la pancia di nuovo piattissima dopo il parto. Il baby mi ha solo reso più bella e consapevole. Come è successo?

Sarà anche un po' costituzione e dea bendata, ma queste erano le mie abitudini da donna incinta:

Lunghissime camminate quasi ogni giorno (4 miglia o più) per tutta la gravidanza
Yoga prenatal (che ve lo dico a fare!)
Più di due litri di acqua al giorno
Cibo sano, biologico e variegato (sono vegetariana e devo dire che la mia alimentazione era già così): farine solo integrali, frutta e verdura (ad eccezione di broccoli, cavolfiori e asparagi che tanto mi piacciono di solito ma proprio non potevo neanche sentirne l'odore!), tante proteine (importanti per il parto, per la tonicità muscolare, e per formare i muscoli del baby) da legumi, semi e (pochi) latticini; omega 3 da semi e oli spremuti a freddo
Cibi coccola (perché sarò anche salutista e vegetariana ma l'umore è importante!): cioccolata fondente quanto basta (ottima per il ferro, ma contiene un po' di caffeina perciò meglio non eccedere) e dolcetti qui e là

Tante altre coccole per l'umore grazie al marito più premuroso del mondo, i suoi massaggi della sera, i bagni caldi ma non troppo e l'olio di mandorle. Sì, perché ho steso fiumi e fiumi di puro olio di mandorle dolci mattina e sera, due volte al giorno, su tutto il corpo escluso lì dove il baby si sarebbe attaccato per il latte (è sconsigliabile ammorbidire troppo quella zona...!). Solo olio di mandorle dolci, non c'è bisogno di comprare tutte quelle creme chimiche o pseudo-naturali che contengono ventimila ingredienti: un solo ingrediente. Come dicono qui negli US: less is more.
Dopo la gravidanza invece ho aggiunto gli amati oli essenziali. Solo dopo, però: meglio non usare gli oli essenziali in gravidanza se non si è sicuri dell'effetto che possono avere sul bambino.

Ricetta di un olio per il corpo elasticizzante, drenante e curativo
 
3 gocce olio essenziale incenso
3 gocce o.e. mandarino
3 gocce o.e. arancio dolce
3 gocce o.e. limone
in 200 ml di olio di mandorle dolci

Perfetto per guarire sia le cicatrici del corpo che quelle dell'anima: l'olio essenziale di incenso è ottimo per prevenire le smagliature e cucare altre cicatrici della pelle (l'incenso è una resina!), gli agrumi sono solari e hanno note di testa che mettono di buon umore, il mandarino contrasta la ritenzione idrica, l'arancio è purificante e contro la cellulite (se preferite usare arancio amaro, meglio ancora, è più efficace di quello dolce), il limone è tonificante e guarisce dall'ansia.
Quando lo applicate sul corpo, lasciate che il profumo vi sollevi il morale e visualizzate i tessuti danneggiati ricomporsi e quelli in salute mantenere tono ed elasticità.

Immagine scaricata da Internet

Ora, è andato tutto alla perfezione perché così Dio ha voluto, non per le mie scelte: il parto è imprevedibile e si può controllare solo fino a un certo punto. Sono stata fortunata e benedetta, ma anche bene assistita dal mio Compagno di Viaggio e da due midwives bravissime, Kelly e Claudia. Sì, ho partorito in inglese. Credetemi, non è perché io parlavo già inglese da prima, è che in quei momenti si parlano tutte le lingue.

Tutto il travaglio (dodici ore in totale, se si escludono i tre giorni prima di travaglio prodromico, vale a dire contrazioni che sono vere e dolorose ma lente lente lente lente lente...non capita a tutte, ho voluto essere speciale!) è stato un mix di respiro, abbracci, nutrimento. Dalle coccole fra le braccia del mio CV, nella vasca da bagno insieme, alle parole di queste due donne meravigliose che sono state forti e gentili, facendomi sentire accudita e al sicuro.

In poche parole, è stata una meditazione prolungata, una classe di yoga durissima di quelle che ti lasciano gli insegnamenti più profondi e ti trasformano in meglio, portando la rinascita dalle ceneri, dal sangue, dal sudore.
Tanto yoga nell'esperienza. Le contrazioni sono state come dovevano essere, dolorose. Il dolore nel parto è funzionale, insegna come non devi lottare ma lasciare andare, andando al ritmo della vita, non sei tu che decidi.

Non sono state le contrazioni la parte più dura per me, neanche durante la fase più difficile, la famigerata transizione tra gli otto e i dieci centimetri. La parte più tosta è stata quella delle spinte, è durata due ore e mezzo. Pensavo che sarei morta, non ce l'avrei mai fatta, sarei rimasta lì col baby dentro, che male c'è? Ciao.
Ricordo le midwives che mi guardavano fisso negli occhi, il mio CV che mi abbracciava e accarezzava (con me sul lettone, reggendomi e avvolgendomi alle mie spalle), tutti che mi dicevano quanto fossi stata brava e che mancava poco per abbracciare il mio baby.

Mi ha aiutato uno specchio, mi ha fatto vedere la testa del mio piccolo, i suoi capelli bagnati di fluidi di vita. Forse, in effetti, ho visto me stessa, il mio riflesso di donna, la forza e la grazia di cui siamo capaci. La vita. Ho realizzato dov'ero, cosa stavo facendo, il senso di tutto. Perché questo è stato sempre il mio limite: risparmio energetico. Se non devo salvare il mondo non mi sforzo. Solo che presto capisci che il mondo non va salvato, è lì per te, per goderne, per camminare e ancora meglio se hai la mano in quella di qualcun altro. Perciò io ho spinto, per prendere anche quella manina.

Baby subito sulla mia pancia, il mio CV ancora lì alle mie spalle avvolgendomi, la sua mano su quel corpicino che ha appena fatto il suo primo respiro. L'intimità del momento, durato tutto il tempo che abbiamo voluto, il miracolo di questa creatura che sa bene dove andare per nutrirsi, sentirlo al mio seno cercare la vita e dargliela con tutto l'amore che si può. In un lunghissimo attimo lui era nato, ma io ero rinata.

Partire e partorire: due lettere di differenza, una sola parola. Nascita. Io e il CV parliamo di dove portarci in viaggio con il baby al seguito, ma il baby la sa più lunga di noi: lui ha insegnato a noi lo yoga. Il miracolo della vita, la bellezza di passare attraverso tutto il dolore che l'esperienza ci porta, per meravigliarsi ancora, sempre, una volta di più. In un attimo, in un respiro, in un vagito. Sei vivo. Pronti, parto e via: ovunque andiamo nel mondo, sono i passi a scandire il tempo. E la vita, prima della prossima (ri)nascita.

Cape Hatteras National Seashore

domenica 25 gennaio 2015

Aiutati che Dio ti aiuta


@ Perugina

Ci sono mantra che non giungono da guru riconosciuti o tradizioni orientali. Eppure sono carichi di uguale saggezza e hanno viaggiato per secoli sui volti delle persone. Mia nonna era uno di quei volti, con gli occhi di chi ha visto due guerre mondiali, le mani di chi ha lavorato duramente, la bocca di chi ha voluto godersi un bicchiere di vino rosso ogni sera a cena per tutta una vita. Una donna forte, volitiva, simpatica e testarda, che ha vissuto 103 anni e ha deciso di venirci a trovare dalla Sicilia fino in America lo scorso 15 Novembre, quando mio figlio nasceva esattamente la stessa notte in cui lei lasciava il suo corpo e questo mondo.

Uno degli insegnamenti più grandi che abbia mai ricevuto da mia nonna è quello di attaccarsi alla vita con tutte le proprie forze. Lo yoga insegna il non attaccamento, la capacità di elevarsi al punto di essere al di là della dualità, del bene e del male, del bianco e del nero, del positivo e negativo. Ma la chiave per arrivare ad avere quella visione neutrale, quella pace interiore, è l'esperienza. Vivere la vita. Imparare dagli errori commessi. Onorare le proprie emozioni senza combatterle, piuttosto riconoscerle, comprenderle e sublimarle per usarle come spinta per innalzare la propria consapevolezza. Per vivere felicemente quel dono che è la vita.

Quella notte del 15 Novembre non sapevo cosa stesse succedendo oltre l'oceano, a migliaia di chilometri di distanza, nella mia Sicilia, nella casetta in cui per anni ho rubato le caramelle di zucchero fondente dal recipiente di vetro sul tavolo della nonna e a volte ho pensato che piovessero dal cielo (sarà stata lei a lanciarle sopra la mia testa e io non la vedevo?). Dove ho dormito in una stanzetta con due letti, uno per me e uno per mia mamma. Dove viveva quella donna anziana che nei primi anni della mia vita mi ha stretto al seno, fra le braccia, cullandomi perché (così mi raccontano!) piangevo ogni volta che mi mettevano giù. Non sapevo che mia nonna ci stava lasciando quella notte, ma l'ho indovinato, dicendolo io stessa dopo qualche giorno a mia madre che me lo aveva tenuto nascosto per non rovinarmi quel momento di felicità che stavo vivendo. Ma nulla è stato rovinato. Dopo alcune ore da quella notte mio figlio è nato, il miracolo della vita è avvenuto mentre si consumava altrove la morte, le mie lacrime di felicità mischiate a quelle di chi stava perdendo una persona cara. Eppure i piani dell'esistenza si sono intersecati, perdita e arricchimento sulla stessa bilancia, e i segni giusti che te li lasciano riconoscere dall'alto, come un dono ugualmente valido. Mia nonna è ufficialmente ai miei occhi un altro Angelo custode per mio figlio.

Gli parlerò di lei. Ricorderò con quanto sdegno ha commentato gli avvenimenti della politica italiana fino all'ultimo momento, con quale lucidità è stata in grado di riconoscere gli acciacchi della vecchiaia, con quanta forza li ha sostenuti. Ricorderò come amava ricordare a me e al mio innamorato che "basta un tozzo di pane" per essere felici, non servono ricchezze, basta volersi bene. Ricorderò i suoi ricami, che ha tessuto con grazia, caparbietà e generosità fino a quando gli occhi hanno retto.
Ricorderò le sue storie affascinanti, di come ha vissuto la guerra, Mussolini, e quanto andasse orgogliosa delle trecce lunghe che dovette tagliare. Ricorderò le sue lacrime, le sue ferite, le cicatrici di una mamma che ha perso un figlio alla nascita e uno adulto, lasciandola a chiedersi perché lei doveva vivere più a lungo. Ricorderò i proverbi che tanto amava ripetere, quei mantra che esprimevano tutta la saggezza popolare, la verità e l'innocenza, la semplicità e genuinità di chi non ha grilli per la testa e viene da umili origini. Ne ricorderò uno in particolare: "Aiutati che Dio ti aiuta". Perché questo è yoga: volersi bene, lasciare che Dio si prenda cura di noi, rialzarsi ogni volta che subiamo sconfitte e fallimenti. Me lo ha insegnato mia nonna, questa yogini che non sapeva di esserlo, che è stata accompagnata da Dio fino all'ultimo dei suoi giorni. Quando mio figlio nasceva.

lunedì 12 gennaio 2015

Un viaggio lungo 9 mesi



Sono mamma. Sono passati nove mesi per fare un bimbo bellissimo e cinque per tornare a scrivere nel blog: è stato forse il periodo più meditativo, magico e romantico della mia vita. Ha richiesto tutta me stessa e, anche se ho continuato a condividere qui altri viaggi (ero al quinto mese!), questo meritava di essere tenuto da parte per essere condiviso con completezza.

E' stata una gravidanza stupenda, seguita da un dolcissimo parto in casa avvenuto lo scorso 15 Novembre, quando Michele ha deciso di venire al mondo. Fino all'ultimo, un'esperienza indimenticabile, benedetta da mille Angeli.

All'inizio c'è stata una candela bianca. Ero in soggiorno e abbracciavo il mio compagno di viaggio (a volte danziamo senza musica), il mio sposo e oggi bravissimo papà. Sapete quando qualcosa vi attira senza sapere bene perché? Mi sono girata come richiamata da una forza misteriosa e cosa vedo scolpito nella candela alle mie spalle? Per me è un cuore. Per mio padre, appena ha visto la foto, un embrione. In entrambi i casi, una premonizione azzeccata! Ve la ricordavate?



C'era la neve fuori, ma nei nostri cuori il dolce calore di sempre. Era un venerdì 14 Febbraio con tanto di luna piena splendente nel cielo. Era una notte in cui abbiamo meditato insieme. Dopo neanche un mese scopro di essere incinta con un sogno. Una bimba mi cresce fra le braccia e, al risveglio la mattina dopo, non ho dubbi: manca ancora una settimana alla mia luna, eppure sono sicura di avere una vita dentro. E così è stato. Solo che non si trattava di una bimba ma di un maschietto. Un piccolo Buddha: grande (ben 3 kg e 800 grammi alla nascita!), pacioso, con l'Infinito negli occhi. Michele, in onore all'Arcangelo che urlò "chi è come Dio?".

Sono stati mesi intensi, una scoperta al giorno, un'avventura che porterò sempre nel cuore. Io che anni fa non avevo mai pensato al matrimonio, né mai ricercato la maternità, oggi sono sposa e madre. E grata per tutto questo.

Ci sono voluti mesi, ma è stato il viaggio più bello che abbia mai fatto. Con un bagaglio ancora più ricco e prezioso, eccomi qui: sono tornata.

lunedì 14 aprile 2014

Prima, vera



Se dovessi scegliere un mese soltanto per abitare a Washington DC, sceglierei quello del Cherry Blossom: Aprile.
L'esplosione di fiori quest'anno è stata ancora più energica, visto che fino a inizio del mese nevicava ancora. Le gemme non vedevano l'ora di aprirsi e, quando finalmente hanno trovato il clima ideale, sono sbocciate in questi fiori delicati che si concedono generosamente.
Passeggiare lungo il Tidal Basin è una doccia di allegria, ogni soffio di vento leggero lascia cadere petali sopra le teste di chiunque passi in prossimità degli alberi.

Dovevo essere in viaggio, in questo periodo: Argentina, Cile e Patagonia. Ma la primavera soffiava in altre direzioni e una nuova, intensa, emozionante avventura è sbocciata nella stagione perfetta per ogni nuovo inizio: un lavoro impegnativo ma in assoluto il migliore che potessi trovare.
Per una volta, vale la pena fermarsi e accettare il rinnovamento. Perché sono pronta e, solo quando si vuole davvero e ci si libera delle emozioni negative che non ci servono più, le cose accadono.

Nelle stagioni della vita è facile incontrare e imparare a conoscere certe proprie resistenze al cambiamento: la paura è una delle cause principali che ci impedisce di rinnovarci, di aprirci all'ignoto. Non c'è niente di cui essere più grati: quello che ci sembra faticoso e sfidante è l'opportunità che abbiamo per vincere quella paura e aprire il cuore alla vita, al flusso di prosperità che altrimenti bloccheremmo.
L'unica verità è quella che portiamo dentro quando lasciamo sbocciare noi stessi.

Distesa sul prato di fronte all'acqua del Basin, accolgo la naturale evoluzione della vita, la prima vera stagione che apre un nuovo capitolo dipinto del tenue rosa dei ciliegi in fiore.




martedì 21 gennaio 2014

La ricetta della felicità


Washington Masonic Monument, Old Town Alexandria (dalla metro)

When you don't go within, you go without. (Yogi Bhajan)


Di nuovo neve, su questa East Coast. Tolti gli sci dopo una giornata sui dolci pendii della Liberty Mountain, a meno di due ore da casa, la snowstorm la guardo dal tepore della townhouse.

Spesso su Still Words l'ispirazione arriva dal viaggio, dall'esplorazione di un luogo del mondo. E una montagna di neve, per di più chiamata "Libertà", sarebbe solitamente uno spunto perfetto per un nuovo post in questo blog.

Liberty Mountain, Pennsylvania

Con -20 di temperatura percepita là fuori però (e non siamo più in montagna, siamo in città!), viene naturale raggomitolarsi come un gatto nella calda, accogliente casa dolce casa. Dalle cui finestre si può guardare fuori con occhi curiosi, godendosi lo spazio dentro.

Così, esplorando gli interni, sono finita di nuovo in cucina per parlare di creatività: già in passato ne è venuta fuori qualche ricetta golosa. Oggi ce n'è di nuove e si accompagnano a un pensiero speziato: qual è la ricetta della felicità?

La cerchiamo sui libri, nelle guide spirituali, nel partner, negli amici, nei luoghi del mondo, in bagno sotto la doccia, ovunque. Vogliamo gli ingredienti, le dosi, il procedimento per essere felici. Ma abbiamo fatto una capatina dentro noi stessi?

Questa soffice torta allo yogurt di vaniglia è accompagnata da petali di rosa. La trovereste sensuale e avvolgente, dolce ma non troppo. E non solo perché c'è poco zucchero.



I biscotti grezzi e semplici all'olio extravergine di oliva siciliano sanno di casa, di famiglia, di radici che tengono su. Mettono pace, senza bisogno di uova e latticini.



E questa torta marmorizzata? Un abbraccio caldo come il cioccolato e candido come la farina, in una spirale crescente di energia che porta lì dove bianco e nero, giorno e notte, bene e male fanno parte del tutto. Come l'impulso che dà inizio alla vita.




Qual è la nostra ricetta? Quali sono gli ingredienti che usiamo nelle relazioni con gli altri? Sono sempre farina del nostro sacco oppure li abbiamo letti nel ricettario che altri hanno scritto?
Riusciamo a guardare là fuori comodamente dalla nostra casa, ovvero a relazionarci piacevolmente con gli altri, senza perdere le fondamenta e la sicurezza?

Nessuno può dirci chi siamo e nessuno quindi può dirci come essere felici. La sola ricetta della felicità è essere se stessi e la creatività ci ricorda che siamo unici, uguali a nessun altro.

Il mondo è niente senza di noi e noi siamo niente senza il mondo: ciascuno di noi è unico e speciale ed essere qui ci offre la meravigliosa opportunità di condividere e comunicare chi siamo, di usare tutti i nostri sensi per assaporare la vita, con gusto e nel rispetto di se stessi e degli altri. In relazione autentica.

Non si può scrivere la ricetta della felicità per qualcun altro, però si può spronare alla creatività, alla libertà di espressione, all'esplorazione di quelle meravigliose stanze dentro se stessi.
Seguite invece la pagina Facebook del blog per trovare lì presto le ricette di questo post, con il solo scopo di leccarsi i baffi. Magari raggomitolati a casa, quando fuori c'è tanto freddo.

mercoledì 15 gennaio 2014

Creatività on the road

National Arboretum, Washington DC


Creation is ready to serve you, if you just be you.
Yogi Bhajan


Tre anni: tanto dura la mia storia nell'area di Washington DC, lasciata l'Italia, le persone più care e il lavoro alle spalle. Una still life tra i fotogrammi del film, vivendo la narrazione fra gli alti e bassi di queste scene di vita.

Avere molto tempo per pensare è come invitare la mente a un party superaffollato dove non conosci nessuno, con superalcolici e forse anche un po' di droga.
Cominciano a sorgere le più filosofiche domande, alla Marzullo: qual è il mio posto nel mondo? Cosa mi aspetta in futuro? Cosa c'è dietro quello che non scorgo da qui?

Il tempo esercita una grande pressione quando è poco e altrettanta quando è troppo.
Mancanza di tempo per noi stessi e troppa roba tutta insieme con conseguente stress o troppo tempo che ci dà modo di sentire noia e depressione.
Succede, a tutti. Perché siamo esseri umani e viviamo in un mondo imperfetto e perché il tempo, insieme allo spazio, ci dà una vita in quel mondo.

Così, lungo la strada, stiamo seduti e ci lasciamo trasportare, gli occhi terrorizzati perché non vedono dove stiamo andando e le mani in mano che non sanno quali pesci prendere. Invece di guidare noi stessi o almeno goderci il panorama dai finestrini.

Basterebbe cambiare posto, guardare davvero.

Ho visitato giorni fa l'Arboretum di Washington DC e ho visto questi alberi bellissimi:




Avreste detto che si tratta di bonsai?

In base al punto da cui osserviamo, le cose possono sembrare più grandi di quanto in effetti non siano. Ci carichiamo inutilmente di pesi che ci rimpiccioliscono quando invece saremmo in grado di guardare dall'alto persino gli alberi.

Cosa ci impedisce di volare? Proprio il fatto che continuiamo a guardare lassù, fuori, senza renderci conto che invece basta essere noi stessi. Alla ricerca della propria verità, non quella degli altri.





Creatività è quel genere di esplorazione, quel viaggio verso se stessi, ovunque nel mondo.
Una danza con gli occhi aperti per guardare e perdere i sensi e gli occhi chiusi per sentire e vedere davvero. Scrollandosi limiti, blocchi, rigidità, paure e depressione di dosso.
Essere se stessi, flessibili e traboccanti di possibilità.
Accettare quello che non possiamo cambiare e trovare l'ispirazione per costruire ciò che non immaginavamo.
Libertà pura, forza interiore, limpidezza tale che tutto ciò che è male passa attraverso e tutto ciò che è bene fiorisce dentro. Prima o poi, dopo l'inverno.

La strada è lunga, non sappiamo cosa c'è dietro la curva, oltre la collina?
Continuiamo a camminare verso noi stessi, non verso altro: nude colonne che non hanno bisogno di sostenere pesi per essere quello che sono.




lunedì 6 gennaio 2014

La grande bellezza

Comincia un nuovo anno. Ci sono quaderni su cui scrivere, biscotti nel forno, progetti creativi e sogni da realizzare.
La fine di quest'anno americano è stata scandita da brindisi in famiglia, auguri vicini fra serenate e danze portoricane, cibo siciliano, moltissima neve, chiacchierate in lingue inventate.
Non poteva che essere così, multietnico e multi-amoroso, freddo fuori e caloroso dentro.

DC è una brughiera grigia e bianca, Arlington un riparo sotto alti palazzi in serie, Alexandria una Old Town illuminata.
A Penn Quarter guardo vecchi amici e più recenti conoscenze con gli occhi del nuovo anno: dalla casa dove è morto Lincoln al museo delle cere di Madame Tussauds, dal Ford's Theatre al buonissimo ristorante indiano Rasika sulla D svoltato l'angolo dalla 7a, dal museo delle spie al cinema che proietta film italiani d'autore sulla E.

Penn Quarter, Washington DC


Marylin Monroe @ Madame Tussauds, Washington DC


Mi riempio di Roma proprio sul grande schermo dell'E Street Cinema, grazie all'ultimo film di Sorrentino con Toni Servillo: Roma bellissima e decadente, Roma autentica con tutte le sue imperfezioni, piena di incertezza e incrostazioni come i graffiti sulle storiche pietre, Roma meno città aperta e più chiusa, come i lucchetti che hanno arricchito Moccia. Lontana da questa America delle catene di negozi, da queste scacchiere di numeri e lettere che sono le strade, dai grattacieli e dal senso del dovere, dal networking e da carte verdi tali e quali ai sorci dello stesso colore.

White House, Washington DC
Pennsylvania Avenue, Washington DC
Smithsonian Castle, Washington DC


Da capitale a capitale, dalla storia antica a quella moderna, dall'Altare della Patria alla Casa Bianca, dai Castelli Romani al Castello degli Smithsonian.
Ho ricordato l'Italia, ho sognato Roma proprio qui dove il sogno dovrebbe essere americano. La grande bellezza, la chiama Paolo Sorrentino, e io ci leggo la vita. Tutto il resto è solo un trucco.




Sono di nuovo qui, alla mia scrivania di questa townhouse, scrivo. Su uno dei tanti quaderni che tanto mi piacciono si legge "Remember, ideas become things". Ricordati, le idee diventano cose.
Con profonda gratitudine guardo tre adorabili oggettini che mi ha portato una signora dello yoga dal Giappone: un segnalibro a forma di ragazza col kimono, un timbro che stampa non saprò mai quale dei loro tanti ideogrammi e un portachiavi con un piccolo Maneki Neko, il gatto portafortuna.
L'epifania tutte le feste porta via, ma che importanza ha essere al centro della festa? Qualunque sia la capitale, qualunque storia ci sia dietro, basta essere al centro della propria vita e nel cuore di molte persone.



martedì 24 dicembre 2013

Natale USA

City Hall, Old Town Alexandria


Auguri ai proprietari dei negozi che mettono sul marciapiede ciotole di acqua e cibo per i cani che passeggiano al guinzaglio con i loro amici uomini.

Auguri alle signore del centro yoga che fino all'ultimo giorno prima di Natale vengono alla classe e si impegnano con lo stesso cuore di sempre.

Auguri alle persone in fila negli enormi supermercati USA, a quelle che si fanno impacchettare il regalo dai bambini disabili nelle librerie, a quelle che comprano le buste piene di cibo per gli homeless alle casse di Whole Foods.

Auguri a chi pratica arti marziali ed è sempre gentile, regalando un sorriso fra un calcio circolare che tira e un colpo che para, paziente nell'insegnare ai più giovani e umile nell'imparare dai più anziani.

Auguri al bambino che gioca a calcio sul tappetino di yoga e guarda l'insegnante con aria provocatoria.

Auguri al signore con il cappellino nero e la barba grigia che gironzola sempre sulla Patrick, con una bottiglia di birra in mano e l'aria di chi non crede più a Babbo Natale.

Auguri alla gente che mangia giganti smoothies color puffo, sospette gelatine di zucchero, biscotti avviluppati in una plastica glassa, cupcakes sepolte da spumosa, densa, extra-dolce copertura.

Auguri a chi cucina per la vigilia di Natale, portando le proprie tradizioni familiari in questa America multietnica, in queste case addobbate a festa con luci, christmas tree, presepi, candele ebraiche, pentacoli neopagani, angeli in volo, divinità colorate, guru con turbanti.

Auguri a chi ha la famiglia lontana e festeggia con il cuore a metà, a chi vorrebbe un biglietto dell'aereo come regalo di Natale e a chi pensa ai propri cari anche se non ce li ha.

Auguri agli abitanti dei cimiteri dalle lapidi bianche ordinate in fila sui grandi prati verdi, a chi non c'è più e ti scalda il cuore al solo pensiero di un suo sorriso. O della sua coda scodinzolante.

Auguri agli amici che vivono in due Stati diversi, uno sulla East e l'altro sulla West Coast, e si abbracciano a distanza.

Auguri ai lobbisti che aspettano il prossimo gun show e a quelli che pregano che le armi spariscano dal mondo.

Auguri all'uomo in carriera nel suo suit di Natale, a quello che corre in tenuta sportiva con il figlio nel passeggino anche durante le feste, a quello che veste italiano per farsi la serata sulla 14esima, al neo-chic che bazzica Georgetown, al bambino in doppio petto e a quello che è vestito come un giocatore di football.
Auguri ai ragazzi che a Natale indosseranno la divisa militare e ai veterani che passeggiano in città la sera su una gamba sola.

Auguri all'automobilista che si ferma per dare precedenza anche quando non richiesto e al pedone che si mette in fila al semaforo non solo perché è Natale.

Auguri al presidente nero nella Casa Bianca, a chi pilota i tre elicotteri su nel cielo di Washington DC e a quelli che provano a indovinare in quale dei tre Obama sta volando.

Auguri a chi innalza e abbassa le bandiere a stelle e strisce, a chi canta l'inno con la mano sul cuore e toglie il cappello in segno di rispetto.

Auguri a chi passerà la vigilia al cinema, vivendo un film in IMAX con gli occhialini 3D sul naso, mangiando i popcorn unti di burro che odorano di piedi, dimenticandosi delle feste là fuori.

Auguri ai giocatori di football, di baseball, di basket e di hockey. A tutti quelli che li guardano correre da destra a sinistra (e viceversa) e a quelli che sperano di essere inquadrati dalla kiss cam.

Auguri a questa America e a chi la guida, la popola, la vive per un po' e poi va via, la visita e non se ne va più.
Auguri a chi la osserva da lontano, dall'altra parte dell'oceano, della terra, del mondo, dall'alto dei cieli.

Auguri da questa America, parte del mio viaggio, parte di me.


On the road, Shenandoah Valley


sabato 23 novembre 2013

In altre parole, Messico



Spiaggia bianca su cui camminare anche a mezzogiorno senza scottarsi i piedi, il profumo e il suono dell'oceano (anche l'acqua ha la temperatura perfetta), vento fresco per rinfrescarti dal sole tropicale: per una siciliana che vive a Washington DC tutto questo è come scoprire di poter respirare sott'acqua!
Un'amaca in un portico di legno con vista oceano, un libro da leggere e il wifi con cui scrivere al computer direttamente dalla cabaña. Nella natura, con il verde giungla e il blu infinito in tutte le sue gradazioni di colore tra cielo e mare.
Non a caso ho lasciato per ultima la costa del Golfo del Messico in questo viaggio: finalmente sono in paradiso! Solo che si chiama Tulum.

Alba sulla spiaggia di Tulum





























Per arrivare qui, però, sono dovuta passare dall'inferno. E non mi riferisco alle avventure stancanti eppure bellissime delle mie esplorazioni: parlo di un solo giorno, a Chichén Itzá per la precisione.
Come in ogni viaggio che si rispetti ci sono sempre degli imprevisti. Cambiare hotel a Mérida all'ultimo momento perché in camera ci sono le cucarachas può capitare, per esempio. Quello che riesce sempre a sorprendermi invece è quando un essere umano manca di grazia e gentilezza.

Tutto è cominciato la mattina presto che dovevo partire da Mérida per Chichén Itzá: questa volta ho avuto la brillante idea di prendere un tour guidato invece di andare da sola.
Aspetto nella hall dell'albergo che la guida passi a prendere me e un gruppo di altri turisti (diversamente da me, per lo più tutti in coppia).
La guida arriva correndo (è in ritardo) e letteralmente tira per il braccio solo chi trova più vicino. Non me, un po' distaccata, e carica come un mulo fra: valigia per quanto piccola, zaino riempito a tappo, busta della spesa perché dove sto andando non avrò da mangiare, giubbotto pesante (reduce dal freddo statunitense e di Città del Messico) che non ci entrava nella piccola valigia, in una mano il cellulare dando il buongiorno al mio CV rimasto negli US, l'altra nel marsupio per cercare la ricevuta del tour da far vedere alla guida.

Ma la guida frettolosa la ricevuta non la chiede. Quando chiedo conferma alla reception che si tratta del tour e mi fanno cenno di sì, corro fuori in strada per raggiungere il gruppo, le cibarie sporgendosi pericolosamente dalla busta e il giubbotto che si aggrappa alla vita con tutte le sue forze. Andrés, così si chiama la guida, prende la mia valigia e la carica sull'autobus, mentre io chiedo: "andiamo a Chichén, sì?" e lui "claro!" senza neanche guardarmi.
Solo dopo un quarto d'ora di viaggio, l'appello. Per raccogliere le ricevute.
"Scusi signore, non mi ha chiamato!" dico, visto che sembra io sia invisibile (sono seduta in seconda fila e lui è proprio di fronte a me!).
Si avvicina, mi strappa dalle mani la ricevuta, la guarda schifato, prende il microfono da guida e informa tutti: "Questa signorina si è intrufolata senza dire niente, ma non è con il nostro gruppo! La faremo scendere!" e lo dice pergiunta in due lingue. Perché lui, ci tiene a precisare giusto in quel momento, è una guida competente e parla la sua lingua, lo spagnolo, ma anche l'inglese ("spagnolizzato", aggiungerei io).
Gli unici quattro English-speakers sull'autobus (una giovane coppia di americani e una più cresciuta di australiani) si girano tutti insieme verso di me.
"Lo que pasa..." ("il fatto è che..."), mi rivolgo a lui.
Ma Andrés ha già cominciato a spiegare il percorso, le fermate, le raccomandazioni per il viaggio, ignorandomi.

Mi si gonfia credo una vena sulla fronte, ma mantengo la calma e aspetto che finisca: "Signore, cosa facciamo allora? In che senso mi fa scendere?"
Risponde solo dopo che ha fatto una telefonata durante la quale io capisco tutto ma forse lui non ci crede che una donna che viaggia da sola parla più lingue di un uomo messicano che fa la guida: dice che io sono salita a sopresa sul suo autobus, senza dire niente, quando invece il mio tour era con un'agenzia diversa.
Una volta riagganciato, per maggiore chiarezza (sempre parlandomi come fossi una sordomuta che non capirebbe neanche la propria lingua) mi dice che io non sono nella sua lista e non posso andare con loro. "Entiendes? Do you understand?"
"Signore, io capisco, ma non ho intenzione di scendere da questo pullman e rimanere per strada da sola..." ma non mi ascolta né risponde, piuttosto fa un'altra telefonata.
"E va bene!" è la concessione dopo aver chiuso la telefonata. "La ragazza viene con noi, poi a Chichén Itzà però andrà con la sua guida dell'altra agenzia!".
E per tutto il prosieguo del viaggio in autobus fa quello che è la sua priorità, la guida. Degli altri. Io non sono sulla lista quindi non esisto.

Arrivati alla zona archeologica per la visita, chiede che tutti scendano gli oggetti di valore dal bus, perché potrebbero esserci furti.
"Ora ti passo all'altra guida!" mi dice sottovoce.
Ok, meglio pacco postale che dispersa.
Scendo con il mio marsupio e il pesante giubbotto legati in vita, lo zaino riempito come da trasloco in vista della prossima tappa, la busta con la spesa: non sono oggetti di valore, ma io devo cambiare autobus, giusto? Mi aspetto di recuperare anche la valigia, andare con l'altra guida e l'altro gruppo e posare tutto sull'autobus giusto, per fare comodamente la mia visita delle rovine.

Ma no: dell'altra guida neanche l'ombra, sotto i quaranta gradi del posto e il peso dei miei effetti personali. Lo deduco, visto che Andrés continua a fare quello che deve come se niente fosse, come se non dovesse consegnare il pacco. Armato ora di ombrello per farsi riconoscere, chiede che tutti lo seguano per andare a visitare le rovine.
"Signore" gli dico con voce gelida e pacata, ma bruciante. Ora sono al centro del gruppo insieme a lui. "Pretendo che lei mi risponda. Dov'è la mia guida?"
"Non è qui. Lei verrà con noi!"
Comunicarmelo no? Co-mu-ni-ca-zio-ne!
"Io sono carica di roba perché pensavo di fare cambio autobus (e guida!) come mi aveva detto! Non posso venire così con voi. Posso visitare le rovine anche da sola, ma almeno mi faccia lasciare queste cose sull'autobus!".
"Non si può, ora l'autobus è a fare rifornimento!"
"Ok, l'altro autobus allora... quello del mio tour!"
Silenzio.
"Tra l'altro ho anche la valigia nel suo autobus, perciò voglio assicurarmi che non ve ne andiate senza che l'abbia prima recuperata..."
"Avevo detto di scendere tutte le cose di valore!"
"Signore! La mia valigia è stivata come tutte le altre, nel pullman!". Nessuno ovviamente si è portato dietro i bagagli, rimasti al sicuro nell'apposito scompartimento inferiore dell'autobus.
Lui smette di nuovo di parlarmi, prende il telefono e chiama, non si sa chi.
Gli altri ancora intorno a noi due, pubblico loro malgrado.
"La ragazza si rifiuta di entrare con noi a far la visita!" gli sento dire.
Mi esplode la vena del tutto e sento il fuoco dallo stomaco che arriva alla testa.
"Mi faccia parlare con l'agenzia!" gli dico.
Non mi risponde e chiude la telefonata.
"Mi dia il numero dell'agenzia, così chiamo io e voi andate, io visito le rovine da sola ma almeno mi organizzo con tutte queste cose!"
Non mi risponde e "spiega" a tutti cosa sta succedendo. "Allora, la ragazza non viene con noi, la sua guida verrà a prenderla! Noi andiamo!".
Timidamente, un ragazzo interviene: "Le ha chiesto il numero di telefono..."
A lui risponde, forse perché è maschio: "Non ho il numero, perché quella guida è di un'altra agenzia!".

A quel punto non ho più alcun dubbio. L'amabile messicano non ha mai preso accordi con nessuno, non c'è nessuna guida di 70 anni col bastone (sua descrizione) che dovrò riconoscere alla biglietteria e che sta aspettando me e, soprattutto, lui non è un signore. Decido quindi di non chiamarlo più così, anzi, di non rivolgergli mai più parola a mia volta. Mi rivolgo ai ragazzi americani chiedendo loro per favore di non farlo partire se prima non ho recuperato la mia valigia. Loro, assai solidali, mi fanno croce sul cuore.

Da lì, nel giro di mezz'ora, ogni cosa si risolve: trovo il numero dell'agenzia sulla mia ormai tristemente nota ricevuta, chiamo e qualcun altro (non la guida di cui mi aveva parlato lui, zoppa e settantenne, che poveretta non se la sentiva!) mi preleva dalla biglietteria e mi porta a recuperare la valigia alla stazione di rifornimento dove troviamo l'autobus.
Dopo due ore e mezzo sono dentro e sto visitando le rovine, senza la guida e senza il pranzo che erano inclusi nel tour. E senza il trasporto al cenote Ik-Kil la cui visita era prevista, a cui arrivo pagando un taxi a mie spese: bagno di folla, letteralmente, perché a quell'ora la grotta d'acqua è piena di turisti.
"Kukulcán!" esclamo dentro di me, perché sembra un anatema, ma in realtà in antica lingua Maya significa "serpente piumato" ed era il dio protettore dei sacerdoti.

Piramide di Kukulcán, Chichén Itzá


Cenote Ik-Kil










































Dopo una notte di massacro di mosquitos (io ne ho uccise 26 in camera, loro mi hanno lasciato 17 pizzichi di quelli enormi, duri e rossi sulle gambe e quanto basta sul resto del corpo), eccomi qui.
Ho preso un autobus di seconda classe, insieme alla gente locale, per arrivare a Tulum: niente tour, niente turisti, niente guide. Fra sacchi della spazzatura pieni dei loro oggetti di valore, musica latinoamericana e un autista che ama ballare mentre guida. Assolutamente perfetto. Come ho potuto cambiare queste abitudini di viaggio ormai collaudate?

Qui a Tulum sono iguane, azzurro, giochi di luce, albe e tramonti, onde, spiaggia, rovine Maya a ridosso sul mare.
Un caso su un milione: ritrovare una deliziosa coppia di francesi conosciuti a Palenque mentre visitano le rovine di Tulum lo stesso giorno che ho scelto di visitarle io. Andare a cena con loro un'altra volta, per festeggiare.
Un tassista che si chiama Ausencio ma gli piace essere chiamato Barack Obama (la somiglianza c'è davvero!) e dice di essere povero ma felice, perché così sa che tutti i suoi amici lo amano per quello che è e non per i soldi.



Tulum, Zona Arqueológica



Chili relleno con tortilla di mais e salsa di fagioli

E il Messico mi ritorna negli occhi tutto insieme: le croci Maya e quelle cattoliche, le superstizioni e la religione, il cibo piccante (oppure no) tra chili relleno, guacamole e pico de gallo, licuados de chaya, zuppa di cactus, tortillas, tacos, tamales, frijoles, antojitos e tanti altri buonissimi piatti (vegetariani) che ho assaggiato. Le zanzare, i giganti pipistrelli vampiro e le enormi cucarachas. Gli "andale!", i "buen@s!" (per abbreviare il buongiorno e la buonanotte), i "muy amable!" che mi ricordano il "troppo gentile!" siciliano. Le rovine, i palazzi coloniali, le spiagge, l'oceano. I suonatori mariachi. Le persone gentili, sempre disposte a darti una mano, a fare amicizia o farti compagnia (compresi i tassisti sognatori e i camerieri che quando hai già pagato il conto si dicono preoccupati che mangi troppo poco), e anche quelle che sono state sgarbate, perché è solo che non conoscono il loro lato migliore.

Non so perché le altre persone dopo una certa ora vanno via da questa meravigliosa spiaggia di Tulum, ma io rimango fino al tramonto. Voglio imprimere nelle orecchie il suono dell'oceano e del vento, negli occhi l'azzurro del cielo, il blu del mare, il candore della spiaggia e il verde delle palme, nei piedi la morbidezza della sabbia fresca e le carezze delle onde.

Tramonto in spiaggia

Il momento è arrivato, cammino lentamente verso la riva lì dove l'oceano bacia la sabbia. Lascio delle orme che presto verranno cancellate dalla risacca. Guardo l'orizzonte: non c'è terra oltre le gradazioni di blu davanti agli occhi. Mi perdo volontariamente in quell'infinito e mi sento libera, salata e immensa.
Prendo un bel respiro e saluto, grata. Volto le spalle e faccio qualche passo. Sembra quasi che lui (l'oceano del Golfo del Messico) mi voglia seguire, un'onda dopo l'altra, l'acqua dietro i miei talloni.
"Ti ringrazio di cuore, ti porterò sempre con me, ma il mio posto è dove posso essere una e infinita come adesso, però in due corpi..." e gli occhi grandi del mio CV mi appaiono, il profumo della sua pelle nell'aria insieme alla brezza marina.
Domani si torna a casa.