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giovedì 19 febbraio 2015

Ricordi di un futuro social



L'ispirazione oggi è forte e il tè caldo abbastanza da distrarmi dal gelo che c'è fuori (temperatura media percepita -20!!!). Nasce tutto dal calore di questa tazza nella foto che vedete sopra, condivisa su Instagram qualche giorno fa: sì, sono su Instagram finalmente. Se venite a trovarmi lì, vi accorgerete di quanto sia nuova dal numero ancora esiguo delle foto che ho condiviso. E pensare a quanti momenti ci sono stati, durante la mia attività da blogger nei due anni passati, quante foto che ho pubblicato qui con tanto amore, con lo spirito di comunicare l'esperienza dei miei viaggi intorno al mondo, la permanenza americana, le mie opinabili ricette di felicità, i momenti di questo lifestyle blog votato alle parole dell'anima e all'autenticità. Riuscirò a rifarmi, recuperando il tempo perduto? Ho voglia più che mai di connettermi a tutti, socializzare come solo i bambini sanno fare, con quella spontaneità e a volte cruda verità che spiazza. Questo blog nasceva con questa innocenza, con quell'abbraccio tenero e un po' fumettoso che oggi ho visto su questa tazza che acquistai anni fa in Finlandia. Anche lì trovai conforto dal freddo: dopo la passeggiata boschiva a Tampere e la visita all'isola di Suomenlinna al largo di Helsinki, mi rifugiai volentieri in un'antica fabbrica di cioccolato nel piccolo paese di Porvoo.

La fortezza marina di Suomenlinna

Un abbraccio a Tampere, Parco Pyynikki
Porvoo, centro storico
Brunberg, l'antica fabbrica di cioccolato a Porvoo




Per me essere social non è così scontato e ogni volta è come iniziare una nuova vita. Mi riesce più facile in questo momento, ispirata da questa piccola grande anima che da appena tre mesi ci allieta le giornate e (persino) le notti insonni. Eppure è un percorso iniziato da un po'. Rileggendo qualche post del passato ne trovo conferma e mi vengono tante idee per il futuro. A pochi mesi ormai dal ritorno in Italia, la townhouse con tutti i suoi difetti sembra improvvisamente più accogliente: il riscaldamento che funziona male lo sento soddisfacente, le mura di cartone appaiono solidi perimetri protettivi, le finestre senza persiane sono oblò di opportunità sul mondo esterno. Cosa ne sarà di questa famiglia emigrata? Come sarà tornare in quella patria da cui spesso e volentieri sono uscita per esplorare il mondo, dove il lavoro scarseggia e che mai ho vissuto da mamma?



In questo post il blog si tingeva di lifestyle. Pretenzioso da parte mia ergermi a life coach (che non so ancora cosa faccia esattamente), a consigliera, a modello da seguire. Infatti non è mai stata questa l'intenzione e proprio i social media me lo hanno insegnato: per quanto mi riguarda, il verbo seguire (o follow, nel gergo!) dovrebbe essere coniugato come condividere, comunicare, ispirarsi. Questo vale per tutti i network a cui mi sono iscritta: che sia Facebook, Instagram, Twitter, Pinterest, ecc, per favore NON seguirmi. Armati di santa pazienza piuttosto, perché a volte le sparo grosse, e se decidi di cliccare sui link che ho appena elencato, fallo per coniugare quei verbi insieme a me. Stiamo percorrendo entrambi la strada per uno stile di vita che ci veda felici, in equilibrio, in salute.

Il luogo comune in cui ci si incontra tutti prima o dopo è quello in cui ci si può fermare e osservare: chi siamo davvero? Stiamo facendo quello che amiamo? Sta nascendo qualcosa sotto la neve, sopra ciò che non è più? Stiamo permettendo questo cambiamento, lasciando che il passato nutra la terra in cui crescerà il nostro futuro?
Prima o dopo qualcosa nascerà. Crescerà. E se è frutto d'amore, non può che essere la felicità.



Amo le foto quadrate e i filtri, perché mi ricordano che sotto la creatività resta la sostanza. Mi stupisco ogni volta dei likes e di quei pollici in su, di quanto possano creare aspettativa e quanta bellezza ci sia poi nel non attaccarsi ai risultati che non sempre arrivano. Resto ancora con un punto interrogativo sulla testa di fronte ai pin, ai tweet, i plus, e tutte quelle meraviglie che collegano il mondo, senza dipenderne ma senza nulla escludere. E continuo, ogni volta, a prestare attenzione a tutti questi collegamenti, in modo che siano autentici e non soltanto professione di sé.

Non so cosa mi riserva il futuro, né mi interessa leggerlo nelle foglie del tè in fondo alla tazza. Però di sicuro sarò socievole, vorrò condividere, comunicare, essere creativa, insegnare yoga, continuare a scrivere di ciò che può ispirare anche soltanto un altro essere umano come me per stare meglio con se stesso. Il mio scopo come lifestyle blogger è mostrare ad ogni persona quanto calore si possa trovare dentro se stessi anche quando fuori è freddo, quanta vita ci sia sotto ciò che sembra appassito, quante mani dolci ci siano pronte a prenderci ogni volta che ci sentiamo soli.



Questi sono i veri collegamenti, quelli che amo e in cui credo, quelli che voglio condividere attraverso questi link della rete, questi media così sovraffollati. Perché nella moltitudine e nel caos si può sempre trovare l'unicità e la calma.
Buon social future a tutti! Io aspetto a braccia aperte chiunque voglia connettersi con me attraverso qualunque network di quelli che abbiamo a disposizione.

domenica 25 gennaio 2015

Aiutati che Dio ti aiuta


@ Perugina

Ci sono mantra che non giungono da guru riconosciuti o tradizioni orientali. Eppure sono carichi di uguale saggezza e hanno viaggiato per secoli sui volti delle persone. Mia nonna era uno di quei volti, con gli occhi di chi ha visto due guerre mondiali, le mani di chi ha lavorato duramente, la bocca di chi ha voluto godersi un bicchiere di vino rosso ogni sera a cena per tutta una vita. Una donna forte, volitiva, simpatica e testarda, che ha vissuto 103 anni e ha deciso di venirci a trovare dalla Sicilia fino in America lo scorso 15 Novembre, quando mio figlio nasceva esattamente la stessa notte in cui lei lasciava il suo corpo e questo mondo.

Uno degli insegnamenti più grandi che abbia mai ricevuto da mia nonna è quello di attaccarsi alla vita con tutte le proprie forze. Lo yoga insegna il non attaccamento, la capacità di elevarsi al punto di essere al di là della dualità, del bene e del male, del bianco e del nero, del positivo e negativo. Ma la chiave per arrivare ad avere quella visione neutrale, quella pace interiore, è l'esperienza. Vivere la vita. Imparare dagli errori commessi. Onorare le proprie emozioni senza combatterle, piuttosto riconoscerle, comprenderle e sublimarle per usarle come spinta per innalzare la propria consapevolezza. Per vivere felicemente quel dono che è la vita.

Quella notte del 15 Novembre non sapevo cosa stesse succedendo oltre l'oceano, a migliaia di chilometri di distanza, nella mia Sicilia, nella casetta in cui per anni ho rubato le caramelle di zucchero fondente dal recipiente di vetro sul tavolo della nonna e a volte ho pensato che piovessero dal cielo (sarà stata lei a lanciarle sopra la mia testa e io non la vedevo?). Dove ho dormito in una stanzetta con due letti, uno per me e uno per mia mamma. Dove viveva quella donna anziana che nei primi anni della mia vita mi ha stretto al seno, fra le braccia, cullandomi perché (così mi raccontano!) piangevo ogni volta che mi mettevano giù. Non sapevo che mia nonna ci stava lasciando quella notte, ma l'ho indovinato, dicendolo io stessa dopo qualche giorno a mia madre che me lo aveva tenuto nascosto per non rovinarmi quel momento di felicità che stavo vivendo. Ma nulla è stato rovinato. Dopo alcune ore da quella notte mio figlio è nato, il miracolo della vita è avvenuto mentre si consumava altrove la morte, le mie lacrime di felicità mischiate a quelle di chi stava perdendo una persona cara. Eppure i piani dell'esistenza si sono intersecati, perdita e arricchimento sulla stessa bilancia, e i segni giusti che te li lasciano riconoscere dall'alto, come un dono ugualmente valido. Mia nonna è ufficialmente ai miei occhi un altro Angelo custode per mio figlio.

Gli parlerò di lei. Ricorderò con quanto sdegno ha commentato gli avvenimenti della politica italiana fino all'ultimo momento, con quale lucidità è stata in grado di riconoscere gli acciacchi della vecchiaia, con quanta forza li ha sostenuti. Ricorderò come amava ricordare a me e al mio innamorato che "basta un tozzo di pane" per essere felici, non servono ricchezze, basta volersi bene. Ricorderò i suoi ricami, che ha tessuto con grazia, caparbietà e generosità fino a quando gli occhi hanno retto.
Ricorderò le sue storie affascinanti, di come ha vissuto la guerra, Mussolini, e quanto andasse orgogliosa delle trecce lunghe che dovette tagliare. Ricorderò le sue lacrime, le sue ferite, le cicatrici di una mamma che ha perso un figlio alla nascita e uno adulto, lasciandola a chiedersi perché lei doveva vivere più a lungo. Ricorderò i proverbi che tanto amava ripetere, quei mantra che esprimevano tutta la saggezza popolare, la verità e l'innocenza, la semplicità e genuinità di chi non ha grilli per la testa e viene da umili origini. Ne ricorderò uno in particolare: "Aiutati che Dio ti aiuta". Perché questo è yoga: volersi bene, lasciare che Dio si prenda cura di noi, rialzarsi ogni volta che subiamo sconfitte e fallimenti. Me lo ha insegnato mia nonna, questa yogini che non sapeva di esserlo, che è stata accompagnata da Dio fino all'ultimo dei suoi giorni. Quando mio figlio nasceva.

giovedì 21 agosto 2014

Black

San Diego, California

Nero: come lo usiamo? Povero colore non colore, è associato al lato oscuro della forza! Eppure, esattamente come il bianco, fa parte della vita. Nella tradizione cinese e indiana è il bianco il colore della morte e del lutto, non il nero.

Esplorare i punti più profondi e nascosti della nostra personalità può fare paura a volte. Lì dove ancora non abbiamo fatto luce, c'è tanto da scoprire che ci riguarda. Ignorare quei lati oscuri, quei punti bui che fanno parte di noi e non c'è niente di male ad avere, è controproducente per il nostro benessere. Rifiutarli vuol dire non vedere esattamente chi siamo, negare a noi stessi di conoscerci meglio e crescere prendendone coscienza. Basta ricordarsi che l'ombra non esisterebbe senza la luce.

Il bianco contiene tutti i colori, il nero è il non colore. Non abbiamo bisogno di entrambi per avere una visione completa dello spettro dell'esistenza?
Tenete presente che sono un'insegnante di yoga e vesto di bianco ogni volta che insegno una classe: adoro questo colore che è in grado di espandere e illuminare.
Però so anche cosa succede in meditazione profonda. Pensateci un attimo: chiudete gli occhi e la prima cosa che succede è il nero. Meditare significa andare incontro a quel nero, permettergli di aiutarci a vedere le immagini che il nostro subconscio inizia a dipingergli sopra. Il nero ci permette di vedere quelle immagini, di conoscere il nostro subconscio e infine di scorgere la luce alla fine del tunnel. In yoga chiamiamo Shunia quel nulla, quel nero, quel punto zero, la neutralità indispensabile per guardarsi dentro davvero e vedere le cose con chiarezza, alla luce del sole: l'Uno, oltre la dualità. Bianchi e neri compresi.
Il momento migliore per meditare è prima dell'alba. Il silenzio non è d'oro, è nero. Diventa dorato quando sorge il sole, ma prima di arrivare ad avere tutto chiaro bisogna per forza passarci attraverso.
Solo affrontando le paure e i lati oscuri, accettandoli, l'illuminazione ha un senso per esistere. Altrimenti, come mai arriverebbe se partissimo da uno stato di luce?

Niente paura, quindi, del nero: ogni volta che un baratro si apre sotto i nostri piedi è un'opportunità per andare in profondità con gioia, consapevoli di essere a un passo dalla luce.

Per festeggiare il nero ecco una torta golosa ma healthy che ho inventato proprio ieri, un altro invito creativo ad assaporare ogni aspetto di noi stessi, senza giudicarci bensì individuando ogni ingrediente di cui siamo fatti per essere più consapevoli e gestire con equilibrio quel lato oscuro della nostra forza.



TORTA DI MIRTILLI NERI E CIOCCOLATO EXTRA DARK

Ingredienti:

200g farina 00
100g farina di riso
30g cacao
110g ghi (oppure mezzo bicchiere di olio di semi, se la volete vegana! Vi ricordo in ogni caso che il ghi, burro chiarificato, è privo di lattosio...)
100g mirtilli neri
45g cioccolato fondente (almeno 80%) + altri 20g da parte
2 bicchieri latte di mandorla
1 bustina di lievito
2 cucchiai di melassa (è nera anche quella! Per di più è ricca di ferro, potassio e calcio: scelta molto più sana dello zucchero...)

Preparazione creativa e meditativa:

Setacciate le farine con il lievito e il cacao, osservando l'effetto del bianco che si unisce al nero e apprezzando la sfumatura che ne deriva.
A parte preparate il ghi con la melassa e i mirtilli, mischiando fino a ottenere un composto omogeneo (io ho usato il frullino a immersione), e sentite lavorare in perfetta sincronia dentro di voi il bianco burroso con il nero, quello ferroso della melassa e quello blu notte dei mirtilli.
Tritate grossolanamente il cioccolato fondente e aggiungete all'impasto, lasciando che le dita si sporchino del cioccolato che si scioglie a contatto con il calore delle vostre mani: assaggiate, esplorando la dolce amarezza del cioccolato nero sulla vostra pelle.
Unite tutto alle farine e aggiungete di nuovo il bianco, il latte di mandorla, mescolando con un cucchiaio fino a ottenere un composto spumoso: sentite crescere con l'impasto la vostra pienezza, la totalità dei vostri punti di luce e di buio, godendo di entrambi e del modo in cui insieme creano un mix perfetto. Dal bianco al nero, poi di nuovo al bianco, fino all'equilibrio.
Versate in una teglia da 22 cm imburrata (oppure oleata) e infarinata e spolverizzate con il restante cioccolato sminuzzato la superficie della torta.
Infornate a 180 gradi per circa 40 minuti.

Il risultato è una torta morbidissima e nera che più nera non si può, non molto dolce, ottima da accompagnarsi a una o due palline di gelato (io abbinerei quello al pistacchio, ma lasciate che vi guidi la vostra creatività) oppure (gnam!) alla panna montata se volete più dolcezza (e ulteriore biancore!).

venerdì 27 giugno 2014

In pace con la propria natura: bilanciare gli elementi


Jackson Lake, Grand Teton National Park, Wyoming

In Wyoming, nel cuore delle Rocky Mountains, l'avventura americana è da Far West: ci sono i rodei (che, personalmente, non gradisco: gli animali li preferisco liberi e lontani dagli show!), i ranch, i bisonti con il muschio sulla gobba.

Guidando verso Jackson Hole, nella zona dei parchi Grand Teton e Yellowstone, si ammirano montagne, laghi e spazi verdi degni della famosa Casa nella Prateria. Si respira pace, si sente che la natura qui è presente più dell'uomo (la densità della popolazione è bassa), si incontrano animali selvatici guidando lungo la strada.

Bisonti pascolano nella Hayden Valley, Yellostone











Passeggiare nella natura può essere un ottimo modo per purificarsi respirando aria pulita e trovare un po' di pace nel suo silenzio o nei suoi suoni confortanti.
Tranne forse quando devi avere a che fare con le zanzare e il loro ronzio fastidioso nei pressi di laghi e ruscelli. Oppure quando ti becca il diluvio nel pieno della passeggiata. Oppure quando i cartelli lungo i sentieri ti ripetono di fare attenzione agli incontri ravvicinati con i Grizzly, descrivendoti nei dettagli cosa fare: non correre via, indietreggia lentamente, se l'orso carica buttagli lo spray al peperoncino in faccia (bomboletta che vendono alla modica cifra di 50 dollari ai Visitor Centers e io non ho comprato!), se arriva ad attaccarti... fight back, contrattacca! E ti credo!


 











Kepler Cascades, Yellowstone National Park

Lower Falls, Yellowstone National Parks

Eppure anche questo fa parte dell'avventura e può essere un modo per confrontarsi con le capacità del proprio sistema nervoso che può essere responsivo e adattarsi oppure crollare e rovinarci l'esperienza.

La natura là fuori ci può insegnare a fare pace con la nostra natura interiore, attraverso gli elementi.

Siamo saldi e forti come rocce e montagne?
Calmi e pacati come laghi?
Ribolliamo di rabbia e fuoco come i geyser?
Voliamo via come foglie al minimo soffio di vento?

Phelps Lake, Grand Teton National Park




Geyser lungo uno dei trail, Yellowstone National Park

Old Faithful geyser, Yellowstone National Park

Qualunque sia la nostra natura, è bellissima così com'è. Però a volte alcuni elementi dominano su altri e ci possiamo sentire sbilanciati, in conflitto con noi stessi e con chi ci sta intorno.
Giocare con gli elementi è divertente e soprattutto utile per conoscersi, ad esempio: si può prestare attenzione a ogni passo con cui i piedi toccano la terra se la testa tende ad essere per aria, oppure nutrire un cuore da troppo tempo inaridito aumentando la dose di acqua, cioè lasciando fluire le emozioni tenute dentro.

Yellowstone Lake

Una volta riconosciuti i propri elementi, si può meditare per bilanciarli. Non sempre si può viaggiare o trovarsi nella natura, ma si può portare quella pace dentro di sé ovunque.
Una meditazione per esempio in caso di turbamento da tromba d'aria nel cervello potrebbe essere fare il lago e la montagna: acqua e terra calmano e radicano moltissimo.
Chiudere gli occhi, respirare con molta calma e sentire che la propria pelle, gli organi, l'intero corpo assumono le sembianze di quel lago sotto le montagne, dove il cielo è terso, l'acqua cristallina e l'aria pura.

Ogni giorno è diverso e, al di là della costituzione a cui tendiamo, gli elementi possono variare, perciò ascoltarsi è fondamentale. Soprattutto, è importante volersi bene accettando la propria natura senza stravolgerla: basta studiarne l'ecosistema e rispettarne gli equilibri, in armonia con se stessi.


Phelps Lake, Grand Teton National Park

mercoledì 25 giugno 2014

Life elevated


Great Salt Lake, Utah


Alla fine io e il mio compagno di viaggio abbiamo ceduto all'ennesimo richiamo di una nuova avventura: questa volta inizia dalle montagne dello Utah, a Salt Lake City. Lasciati alle spalle i 40 gradi di Washington DC, in valigia ci sono anche lavoro e studio (che non finiscono solo perché ti sposti verso la costa opposta) insieme alle emozioni in crescita di questi ultimi mesi.

Come posso resistere di fronte a una provocazione come quella che mi si para di fronte appena scesi dall'aereo? Benvenuti in Utah, dice il cartello, elevated life: vita elevata. Ovvio, qui siamo a circa 1300 metri, ma non è questo l'aspetto che mi interessa. Soprattutto visto che il giorno dopo si guiderà fino in Wyoming e i metri si faranno più di 2000 al Grand Teton e poi a Yellowstone: non c'è confronto. Quello che mi piace è il concetto di elevare la vita... ti pareva!

Si parte dalle mosche. Perché la vita è fatta anche di questo: fastidiosissime mosche che ti si appiccicano sulla pelle, eppure anche loro hanno una ragion d'essere.
Ci troviamo sulla riva del Great Salt Lake e c'è tanta puzza: pare siano i milioni di larve che abitano qui e cibano gli uccelli a provocarla. Sono gli unici organismi in grado di sopravvivere all'altissima concentrazione di sale di questo lago. Ne consegue un simpatico tappeto di mosche che volano via a sciami quando ci passi sopra.

Le brine flies (mosche) al Great Salt Lake, Utah


Quante volte avremmo voluto evitare quella sgradevole sensazione di essere seguiti dai fastidi nel tentativo di ripulirci da ciò che è ormai superfluo? E pensare che volevamo solo fare un bagno nel lago, passare dall'altra parte e dire "ok, ora so cosa devo fare!".

Si passa per il centro di Salt Lake City, città di mormoni, grattacieli che tentano senza successo di superare le montagne alle loro spalle, templi inaccessibili per chi non è un ministro di questa fede.
Quante volte ci siamo sentiti chiusi fuori, nel tentativo di elevarci, con l'impressione di avere le ali ma non potere usarle? Guardando dal basso verso l'alto nel tentativo di trovare lassù le risposte e costruendo strutture di ogni tipo per arrivarci?

Mormon Temple, Salt Lake City

Se avete voglia cercate le vostre risposte, oppure ignorate le domande e magari godetevi solo il paesaggio: questo viaggio continua nei prossimi post. Se ne può trarre ispirazione per cercare dentro se stessi quello che finora si è sperato di trovare fuori, oppure solo guardare le foto: saranno molto più belle di quelle postate oggi, grazie alla meravigliosa natura dei parchi fra le montagne del Wyoming (niente più tappeti di mosche, promesso!).

lunedì 18 novembre 2013

Nella giungla, come farfalle

Agua Azul, Chiapas

Poderose cascate, bancarelle di souvenir e lime rinfrescante, turisti carichi di macchine fotografiche, catapecchie rifugio degli Zapatistas, monumentali rovine Maya, folle di gente appiccicata dal clima tropicale, bambini che per giocare usano ancora le fionde, i copertoni come altalene e le carriole per farsi portare a spasso.
La giungla del Chiapas, dove tutto è troppo nel bene e nel male. La povertà, il caldo, l'umidità, i turisti, le finzioni locali per strappare pesos allo straniero. Ma anche la natura selvaggia e la vita coraggiosa di chi abita questo angolo di mondo.

Cascata Misol-Ha - Salto de Agua, Chiapas
Cascate Agua Azul - Tumbalá, Chiapas



















A Palenque, mai dire Maya: la magia antica si confonde con i flash delle macchine fotografiche di orde di turisti che non badano più di tanto ai divieti che preservano le opere d'arte. Eppure risuona, anche quando pensi che non capirai mai.
Insieme al canto degli uccelli (ne avrò contati almeno sette diversi) e alle prove giganti di una civiltà tanto intelligente quanto violenta: cellulari che squillano, ventenni che schiamazzano e si rincorrono, souvenir appositamente localizzati perché il turista possa comprare qualcosa alla fine del giro.

Rovine Maya, Zona Archeologica di Palenque


















Mi sento piccola di fronte ai templi Maya di Palenque, tanto quanto di fronte ai bambini che giocano davanti alle cascate di Agua Azul e si inzuppano ridendo sotto Misol-Ha. Piccola ma leggera, come se potessi andare e tornare in un battito d'ali. E forse l'ho fatto, senza rendermene conto. Forse si può fare ogni volta che ci sentiamo nella giungla, in mezzo alla confusione di pensieri e preoccupazioni, di fronte a quello che non possiamo cambiare o quando immersi in situazioni intricate e apparentemente senza via d'uscita: possiamo pensare che è solo un attimo, un battito d'ali che fa parte di un volo più lungo e completo.

C'è ancora strada da fare e souvenir intangibili da riportare a casa, di quelli che nutrono l'anima e premiano dopo tanta fatica.
In quella giungla che è la mente, ali spiegate e occhi aperti: ci sono piccole cose che per essere viste vanno colte con leggerezza, lontano da uno sguardo indiscreto e superficiale.


domenica 27 ottobre 2013

Luoghi del cuore

Buongiorno (sul Perù)


A due giorni di rientro dal Perù, ancora due bucati to go, mi ritrovo a impiegare un'intera giornata per partecipare a un workshop: questa la vita delle menti neutrali in viaggio! Non si finisce mai di esplorare.

Questa volta ho rispolverato le tecniche di guarigione naturale, in particolare il reiki.
Ricordo quando, tanti anni fa, dissi a un ex fidanzato che avrei voluto provare questa esperienza e lui storse il naso (per usare un eufemismo). Iniziai allora a praticare yoga (e anche in quella occasione, lui arricciò le sopracciglia).
Inutile dire che quella storia è finita (e non solo con la scusa delle libertà spirituali che mi sono presa!) e oggi mi ritrovo grata a seguire ciò che più rende la mia anima felice, ciò che ha sempre fatto parte di me e chiunque mi conosca legge sul mio volto. Mio marito compreso.

Ho iniziato a vivere quando ho iniziato a viaggiare. Ero ferma, cristallizzata nella mia gabbia dorata, sempre molto luminosa come una bambina, ma fredda dentro, perché senza esperienza.
Ho viaggiato: ho visto, annusato, toccato, ascoltato, gustato. Ho scoperto quanto alla mia anima piaccia vivere su questo pianeta. Come ho scritto qualche settimana fa su Facebook:

Appena finito di vedere al cinema il film Gravity: mi sento così grata per essere su questo meraviglioso pianeta... Il film è bellissimo, un'esperienza completa di vita, morte, paure, coraggio, preghiera e vita di nuovo. Vivere su questa Terra è un privilegio e un dono, lo riconosco con l'anima e lo rifarei, anche scendendo di nuovo dalle stelle.

Anche un film al cinema ci può ricordare chi siamo. E quanto siamo fortunati ad essere qui, ad avere questi sensi per fare la nostra esperienza.

Di tutti i luoghi che ho visitato, le culture e le lingue in cui mi sono immersa con gioia e curiosità, c'è sempre il mio posto preferito: il cuore.
Da lì colgo i colori e le prospettive e lì sono sempre tornata ogni volta che mi sono sentita smarrita, pressata dai tempi, dai traslochi, le valigie da disfare, le perdite, le frustrazioni di fronte a una comunicazione povera e mal riuscita (in quanto poco neutrale, ovviamente!).

La relazione principale è quella con se stessi.

Auguro a tutti di viaggiare verso l'unico luogo che conta: non serve andare in capo al mondo, basta avere un cuore che batte in petto. E sentirne la fragranza.

martedì 22 ottobre 2013

Yoga d'aria


Isla del Sol, Lago Titicaca (Bolivia)


Sul lago Titicaca ho condiviso con parecchie persone un'esperienza difficile da dimenticare: il mal di montagna.
Per i primi giorni a quattromila metri non c'è scampo: l'aria più rarefatta provoca palpitazioni, affanno, mal di testa, vertigini, nausea, mancanza d'appetito, insonnia... Ogni persona è diversa dunque i sintomi possono variare, ma la disperazione è comune a tutti.


La tragedia mi ha ispirato. Mentre cercavo di non svenire a ogni passo in salita, di ritrovare il piacere del viaggio e il respiro nella meditazione quotidiana (sempre più in affanno), ho realizzato come il mal di montagna non sia poi così lontano dalla quotidianità che mette altrettanto alla prova al livello del mare.
Stress, ansia, vertigini, digestione difficile, fobie, separazioni, scadenze, attacchi di panico... Sono circostanze comuni a molte persone e la sensazione predominante è quella di soffocare, sentirsi in trappola, senza vie d'uscita. Da cui spesso l'espressione: "mi manca l'aria!".

Plaza de Armas, Puno
A me è mancata l'aria in questo viaggio fra Perù e Bolivia: ansimando tra una discesa e una salita, ho messo insieme tutte le informazioni a mia disposizione, dai consigli dei locali e di altri viaggiatori fino ad alcune tecniche di yoga.
Ne è scaturito un tragicomico decalogo per sopravvivere al mal di montagna, ma anche a chiunque ci tolga il fiato (noi stessi il più delle volte!).

Qualunque sia la circostanza in cui ci manca l'aria, ecco dunque il decalogo per riprendere fiato:


1. LLP.

Non è un disco musicale, bensì l'acronimo di una delle tecniche di yoga più efficaci: il respiro Lungo, Lento e Profondo.
In caso di emergenza è la prima cosa che calma la mente, rallenta il battito cardiaco ed espande i polmoni, facendo in modo che una maggiore quantità di ossigeno raggiunga il cervello.
Si può anche trattenere il respiro nei polmoni per qualche secondo, purché non affatichi.


2. SIESTA.

Per quanto riposare possa sembrare scontato, non sempre siamo capaci di rilassarci davvero, correndo fra un impegno e l'altro o prefiggendoci continuamente nuovi obiettivi.
Lottare con circostanze inaspettate procura solo altro stress: meglio attendere con pazienza che il peggio passi, senza contorcersi, maledire il prossimo o sentirci sventurati. Le statistiche dimostrano che, facendo altrimenti, la situazione peggiora.
Quando il peggio arriva, invece, guardarlo negli occhi senza fare nulla (magari distesi, con una bella tisana calda e rilassante in mano!) ci rende più osservatori e meno vittime.


3. FOCUS.

Appendice al punto precedente, specifica per quelli che "non posso fermarmi, ho un'agenda fitta io!", ovvero non sanno come fare a non fare nulla.
In viaggio mi sono resa conto che per qualcuno riposare è un lusso che non ci si concede tanto facilmente.
Se proprio non si può venire meno a qualche appuntamento oppure non si riesce a rinunciare a fare qualcosa nonostante i ritmi ci stiano pressando, il suggerimento è: focalizzarsi su una sola cosa alla volta.
Tenendo il cervello impegnato su un dato soltanto, si spera di evitare l'overdose.


4. CALMA.

Il cuore pompa più in fretta per portare l'ossigeno che manca al cervello, da cui l'affanno ogni volta che si incontra una salita (nella vita, tanto quanto nei sentieri di montagna).
Tecniche di visualizzazione si sono rivelate molto efficaci, associate al respiro profondo, per calmarsi in caso di panico. Si può visualizzare un lago per esempio (il Titicaca mi è servito!) le cui acque sono placide e cristalline.

Isole Uros, Lago Titicaca


5. VADE RETRO.

Rallentare i movimenti fisici al punto tale da andare in retromarcia. Un passo dietro l'altro, un battito del cuore dopo l'altro, un pensiero alla volta, e così via.
Se proprio dobbiamo muoverci, danziamo soavemente con il corpo, accompagnandolo con dolcezza attraverso le tensioni, lo stress, il panico e quant'altro.

Isla de la Luna e Cordigliera delle Ande (viste dalla Isla del Sol)

6. GUARDA CHE LUNA.

Distrarsi dalla tragedia in corso: più si pensa che manca l'aria, continuandola a cercare fuori dove non sempre c'è, meno la si trova dentro di sé.
Ci sono cose interessanti davanti ai nostri nasi, nonostante le vediamo doppie per le vertigini o non le vediamo affatto perché accecati dallo stress.


7. ALLA SALUTE!

L'alimentazione è fondamentale per tenere lo stress sotto controllo: ci sarebbe un intero libro da scrivere a tal proposito. Qui ci limitiamo a qualche dritta in caso di mal di montagna o simili.

Mangiare spesso ma leggero, innanzi tutto, per non appesantire il corpo con una digestione difficile da gestire. Se si parte per i quattromila metri oggi, cominciare già qualche giorno prima a stabilire una dieta leggera.

Quando manca l'aria i cereali sono da preferire, perché i carboidrati apportano ossigeno. Mangiare un pezzo di pane o di cracker inoltre allevia la nausea.

Erbe: il gingko contro la stanchezza fisica e mentale e lo zenzero per lo stomaco. Camomilla e valeriana sono molto rilassanti.
In Perù io mi sono imbottita di infusi di muña, un'erba simile alla menta per sapore e proprietà digestive, e di foglie di coca. Ebbene sì, la coca. Ovviamente, presa in piccole dosi non è una droga ma solo un leggero stimolante, alla stregua di caffè o tè: in Perù e Bolivia è il rimedio (legale) più consigliato contro il mal di montagna.

Infuso di foglie di coca
A monte di tutto, infine, il rimedio più naturale ed efficace: bere tantissima acqua! Fluidifica il sangue, migliora la circolazione e ci purifica.

Lago Titicaca


8. PPP.

Non è il pianissimo sullo spartito musicale, bensì i tre presto: cenare presto, andare a letto presto, svegliarsi presto.
I ritmi giusti sono importanti per passare da allegri ma non troppo ad andanti maestosi.


9. AHI, DORMIRE!

La notte e il risveglio potrebbero essere i momenti peggiori quando manca l'aria: il mal di testa è più forte perché da distesi il cuore fa arrivare più rapidamente il sangue al cervello. La conseguenza immediata è la bestia nera: l'insonnia.
La tecnica al punto uno, LLP, è perfetta: praticata prima di dormire concilia il sonno e calma il mal di testa del risveglio.
Respirare solo dalla narice sinistra calma, rilassa e rinfresca.
Dormire sul fianco destro stimola la respirazione dalla narice sinistra e dunque il sonno.
Se il mal di testa è molto forte, si può provare a dormire in posizione semi verticale con un cuscino dietro la schiena.

Copacabana, Bolivia
10. COMUNICAZIONE NEUTRALE.

Dulcis in fundo, non poteva mancare. Se a rovinare la respirazione non è la montagna ma un fidanzato, parente, capoufficio, o altro essere umano "vampiro" che ci toglie il fiato: comunicare.
Dire chiaramente con poche, semplici e gentili parole come ci fa sentire.
Se persiste, augurargli buon viaggio ma su un'altra barca, perché insieme sulla stessa si rischia di ribaltarsi e affogare nel bel mezzo di quell'oceano che è la vita.



Lago Titicaca
Ciascuno di noi è in viaggio e, durante il percorso, non sempre le cose vanno come ce le aspettavamo. Frustrazione e senso di impotenza di fronte a ciò che ci sembra incontrollabile sono lo stato di normalità per ogni essere umano. Stress, attacchi di panico, relazioni soffocanti, blocchi oppure ostacoli lungo l'itinerario che tanto appassionatamente avevamo pianificato, sono parte dell'esperienza.


L'altitudine di per sé non è un male. Anzi, come in questo blog è più volte ripetuto, è con una visione di noi stessi dall'alto che riusciamo a vedere bene tutto ciò che ci riguarda e la nostra posizione nel mondo (ricordate l'ooh aah point?).
È perfettamente normale che da quell'altezza, vedendo quello che prima non vedevamo di noi stessi, arrivino un po' di vertigini: il corpo manifesta i blocchi che sono nella mente, ammalandosi o andando fuori dal nostro controllo. Questo è un bene, perché possiamo lavorare sulla nostra mente e guarire il corpo di conseguenza.


Meditando ogni giorno con il mal di montagna, quando il corpo sembrava non potere reggere, ho sperimentato questa trasformazione.

Dopo un po' l'aria non manca più, anzi: una volta che ci si adatta alla nuova altitudine si è in grado di respirare l'aria di montagna, più pulita e leggera, rinfrescando la mente. E si torna a godere appieno, anche meglio di prima, del viaggio.