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giovedì 19 febbraio 2015

Ricordi di un futuro social



L'ispirazione oggi è forte e il tè caldo abbastanza da distrarmi dal gelo che c'è fuori (temperatura media percepita -20!!!). Nasce tutto dal calore di questa tazza nella foto che vedete sopra, condivisa su Instagram qualche giorno fa: sì, sono su Instagram finalmente. Se venite a trovarmi lì, vi accorgerete di quanto sia nuova dal numero ancora esiguo delle foto che ho condiviso. E pensare a quanti momenti ci sono stati, durante la mia attività da blogger nei due anni passati, quante foto che ho pubblicato qui con tanto amore, con lo spirito di comunicare l'esperienza dei miei viaggi intorno al mondo, la permanenza americana, le mie opinabili ricette di felicità, i momenti di questo lifestyle blog votato alle parole dell'anima e all'autenticità. Riuscirò a rifarmi, recuperando il tempo perduto? Ho voglia più che mai di connettermi a tutti, socializzare come solo i bambini sanno fare, con quella spontaneità e a volte cruda verità che spiazza. Questo blog nasceva con questa innocenza, con quell'abbraccio tenero e un po' fumettoso che oggi ho visto su questa tazza che acquistai anni fa in Finlandia. Anche lì trovai conforto dal freddo: dopo la passeggiata boschiva a Tampere e la visita all'isola di Suomenlinna al largo di Helsinki, mi rifugiai volentieri in un'antica fabbrica di cioccolato nel piccolo paese di Porvoo.

La fortezza marina di Suomenlinna

Un abbraccio a Tampere, Parco Pyynikki
Porvoo, centro storico
Brunberg, l'antica fabbrica di cioccolato a Porvoo




Per me essere social non è così scontato e ogni volta è come iniziare una nuova vita. Mi riesce più facile in questo momento, ispirata da questa piccola grande anima che da appena tre mesi ci allieta le giornate e (persino) le notti insonni. Eppure è un percorso iniziato da un po'. Rileggendo qualche post del passato ne trovo conferma e mi vengono tante idee per il futuro. A pochi mesi ormai dal ritorno in Italia, la townhouse con tutti i suoi difetti sembra improvvisamente più accogliente: il riscaldamento che funziona male lo sento soddisfacente, le mura di cartone appaiono solidi perimetri protettivi, le finestre senza persiane sono oblò di opportunità sul mondo esterno. Cosa ne sarà di questa famiglia emigrata? Come sarà tornare in quella patria da cui spesso e volentieri sono uscita per esplorare il mondo, dove il lavoro scarseggia e che mai ho vissuto da mamma?



In questo post il blog si tingeva di lifestyle. Pretenzioso da parte mia ergermi a life coach (che non so ancora cosa faccia esattamente), a consigliera, a modello da seguire. Infatti non è mai stata questa l'intenzione e proprio i social media me lo hanno insegnato: per quanto mi riguarda, il verbo seguire (o follow, nel gergo!) dovrebbe essere coniugato come condividere, comunicare, ispirarsi. Questo vale per tutti i network a cui mi sono iscritta: che sia Facebook, Instagram, Twitter, Pinterest, ecc, per favore NON seguirmi. Armati di santa pazienza piuttosto, perché a volte le sparo grosse, e se decidi di cliccare sui link che ho appena elencato, fallo per coniugare quei verbi insieme a me. Stiamo percorrendo entrambi la strada per uno stile di vita che ci veda felici, in equilibrio, in salute.

Il luogo comune in cui ci si incontra tutti prima o dopo è quello in cui ci si può fermare e osservare: chi siamo davvero? Stiamo facendo quello che amiamo? Sta nascendo qualcosa sotto la neve, sopra ciò che non è più? Stiamo permettendo questo cambiamento, lasciando che il passato nutra la terra in cui crescerà il nostro futuro?
Prima o dopo qualcosa nascerà. Crescerà. E se è frutto d'amore, non può che essere la felicità.



Amo le foto quadrate e i filtri, perché mi ricordano che sotto la creatività resta la sostanza. Mi stupisco ogni volta dei likes e di quei pollici in su, di quanto possano creare aspettativa e quanta bellezza ci sia poi nel non attaccarsi ai risultati che non sempre arrivano. Resto ancora con un punto interrogativo sulla testa di fronte ai pin, ai tweet, i plus, e tutte quelle meraviglie che collegano il mondo, senza dipenderne ma senza nulla escludere. E continuo, ogni volta, a prestare attenzione a tutti questi collegamenti, in modo che siano autentici e non soltanto professione di sé.

Non so cosa mi riserva il futuro, né mi interessa leggerlo nelle foglie del tè in fondo alla tazza. Però di sicuro sarò socievole, vorrò condividere, comunicare, essere creativa, insegnare yoga, continuare a scrivere di ciò che può ispirare anche soltanto un altro essere umano come me per stare meglio con se stesso. Il mio scopo come lifestyle blogger è mostrare ad ogni persona quanto calore si possa trovare dentro se stessi anche quando fuori è freddo, quanta vita ci sia sotto ciò che sembra appassito, quante mani dolci ci siano pronte a prenderci ogni volta che ci sentiamo soli.



Questi sono i veri collegamenti, quelli che amo e in cui credo, quelli che voglio condividere attraverso questi link della rete, questi media così sovraffollati. Perché nella moltitudine e nel caos si può sempre trovare l'unicità e la calma.
Buon social future a tutti! Io aspetto a braccia aperte chiunque voglia connettersi con me attraverso qualunque network di quelli che abbiamo a disposizione.

martedì 10 febbraio 2015

Dolce comunicare

Già da qualche settimana, questa townhouse statunitense è riempita da "cuuu", "biubll", "gugugl" e altri versi che si associano a giganteschi sorrisi sdentati, boccuccia a punta e sopracciglia strizzate come se si stesse compiendo lo sforzo più grande del mondo. I cuccioli imparano a comunicare verbalmente molto presto (e non verbalmente persino prima): incredibile come ti rispondano, come puoi conversarci delicatamente e sentire che il cuore si apre come un fiore che sboccia nel petto.

Su uno dei manuali per insegnanti di kundalini yoga (non finirò mai di dire che è più l'esperienza che conta, ma qui serve una citazione!) ho letto: "un vero insegnante parla dall'ombelico e raggiunge il cuore delle persone". Lo diceva Yogi Bhajan.
Parlare dall'ombelico, in termini yogici, significa attivare il terzo chakra, il centro della volontà, della forza e dell'ego. L'ego non è sempre qualcosa di brutto: lo diventa se ci lasciamo guidare da esso, diventando egotici, egoisti, egocentrici. Se però lo domiamo e impariamo a usarlo per darci la spinta giusta, quella utile per servire gli altri, per non avere paure, per essere forti e sicuri di noi stessi, allora stiamo usando il nostro terzo chakra come si deve.
Va da sé che parlare al cuore delle persone è tutto. Significa comunicare con autenticità, non per manipolare, non per litigare, non per flirtare (tutte azioni che coinvolgerebbero altri chakra dell'altra persona, non il cuore).
Un insegnante parla dall'ombelico perché il terzo chakra è autorevolezza, forza, spinta: una leva che, se accompagnata dalla consapevolezza attraverso l'intuito, apre il cuore degli altri.

Non tutti hanno familiarità con lo yoga, né tantomeno con i chakra, questi vortici di energia riconosciuti dalla medicina orientale. Lasciatemi tradurre, allora, perché tutto questo è applicabile con facilità in comunicazione, a prescindere dallo yoga.
Dirlo semplice è uno dei primi fattori: pochi ingredienti, non troppo elaborati, per una comunicazione sana, autentica ed efficace. Dove c'è segreto, bugia, travestimento, la comunicazione è viziata e non solo non funziona, rischia di farci essere fraintesi o malvisti.
Le parole vanno usate con consapevolezza, scelte con intuito, espresse con autorevolezza e gentilezza, dirette all'autenticità dell'interlocutore, senza troppi giri.
Vale nelle conversazioni familiari così come più in larga scala: quando un'azienda che vuole comunicare con efficacia mi chiede una consulenza, il primo concetto che condivido è che il pubblico non è stupido. Non bisogna prendere in giro nessuno, bisogna semmai parlare il loro linguaggio per farsi capire, renderlo semplice e diretto, mostrando onestà e integrità.

Sulla scia di queste riflessioni sulla comunicazione efficace, viaggia anche la creatività. Oggi mi ha portato a condividere uno dei temi più cari a questo blog, le parole che nascono dalla consapevolezza, e ha messo in forno una torta che nessun altra ricetta che io conosca ha mai eguagliato in semplicità.
Non è farina del mio sacco! L'onore va al merito di un'amica che ha condiviso con me questa delizia. Io ho solo fatto un paio di modifiche per renderla ancora più sana, eliminando lo zucchero per usare piuttosto lo sciroppo d'acero e sostituendo la farina normale con quella integrale, aggiustando le dosi ovviamente per non compromettere la consistenza dell'impasto. Ve la propongo qui, garantendo con tutte e due le mani sul fuoco che è facilissimo prepararla, gli ingredienti sono pochi e, soprattutto, la torta è buonissima e d'effetto nonostante non gravi sulla salute con grassi e zuccheri nocivi. Per di più, è vegana.

Torta vegan alle pere


DOLCE COMUNICARE

L'ingrediente segreto è la fiducia: si può con così pochi ingredienti ottenere un dolce risultato? Di nuovo, più è semplice più arriva al cuore. Provare per credere.

Mischiate tutti gli ingredienti in una terrina con un cucchiaio di legno, prima quelli secchi poi quelli liquidi, sentendovi innocenti come bambini. Immaginate di parlare come loro, di imparare tutto daccapo come loro, tutto una nuova esperienza. Con questa innocenza, riconoscete la vostra saggezza, quella luce brillante che solo i bimbi piccoli hanno negli occhi, come il riflesso di tanti angeli. Fate tutto con amore, certi che basta parlare al cuore, in modo semplice, per essere compresi.

280g di farina integrale, un cucchiaino di bicarbonato di sodio, un pizzico di sale.
240ml di acqua, 5 cucchiai di olio di girasole, 5 cucchiai di sciroppo d'acero (scegliete quello di qualità B, più scuro e intenso della A).
Aggiungere all'impasto frutta a piacere. Io ne ho provato tre versioni, tutte ugualmente ottime: con le mele, le pere, oppure i mirtilli.
Cuocere in forno ventilato a 180 gradi per 35 minuti.

venerdì 8 agosto 2014

Relazioni. Le parole fra mente e cuore


Di recente ho scritto un paio di articoli di cui mi fa piacere parlare in questo lifestyle blog per toccare un argomento che mi sta sempre a cuore: relazioni.
Uno è stato pubblicato su Yoga Journal, sul numero di luglio/agosto. Parla d'amore.



In copertina, come vedete, si legge "Sesso e Yoga". Quello è lo speciale in cui è contenuto il mio articolo: quattro pagine in cui potete trovare anche semplici esercizi e meditazioni da praticare per avere benefici sia nel corpo che nelle relazioni. Ma il cuore del messaggio è volto a sfatare i miti legati allo yoga applicato al sesso. Si parla di tantra, di kundalini, di energia sessuale: tutto questo è ancora frainteso e c'è gente che collega questi concetti a riti tribali o mera performance fisica che prolungherebbe l'atto sessuale e ci renderebbe eredi leggendari di Sting.
Questi i miti. La verità, come sempre, sta nell'esperienza reale, ovvero nel cuore. Il sesso tanto oggetto di interesse è in effetti solo una parte dell'esperienza, che non avrebbe alcun senso se non vissuto consapevolmente. In poche parole, niente di tutto questo si vive solo a letto, bensì è parte di un percorso di crescita personale che è in ogni momento, ogni giorno, nella relazione con se stessi, con gli altri e con il tutto. Una relazione fatta di un amore puro, sano e consapevole.

Purtroppo molta gente è ancora vittima dei luoghi comuni e dell'ignoranza. Un mio ex ragazzo non voleva che praticassi yoga: riteneva che fosse un ambiente frequentato da "uomini che avrebbero potuto provarci con me" e da persone "fissate con l'energia e varie sciocchezze new age". Se fossi rimasta con questa persona - a cui auguro ogni bene e di cui serbo un buon ricordo - le sue insicurezze e inflessibilità mi avrebbero tarpato le ali: oggi non insegnerei yoga e non godrei ogni giorno della mia stessa pratica che mi ha reso più sana e consapevole, fisicamente e mentalmente. Probabilmente non avrei neanche viaggiato liberamente come ho fatto negli ultimi anni. Io stessa, guardando indietro e conoscendomi, stento a credere di avere avuto una relazione simile. Eppure oggi ne sono grata, perché ogni relazione di cui facciamo esperienza, soprattutto se ci sono paure e blocchi mentali, è indispensabile per crescere e capire chi siamo davvero. Di solito, si spera, individui più forti e stabili e in relazioni più sane, consapevoli, autentiche.

A volte la comunicazione è talmente viziata dai miti che abbiamo creato nella nostra mente da compromettere le relazioni. Ne parlo in un articolo pubblicato questo mese dalla rivista allegata al quotidiano La Sicilia, Sicilia in Rosa. Lo trovate alla pagina 45 ed è intitolato "Le parole per stare bene".



Una parente neanche troppo lontana ha espresso più volte calorosamente la sua opinione sullo yoga che pratico: a suo avviso, io e mio marito (anche lui yogi appassionato!) apparterremmo a una setta e saremo dannati, ci dovremmo vergognare. Questa stessa persona ha avuto un tumore al cervello e, quando l'ho accompagnata a una visita di controllo per cui era molto nervosa, mi ha ringraziato per gli esercizi di respirazione che le ho suggerito per calmarsi. Dr Jekyll e Mr Hyde? Sì, è possibile. Quando la mente è confusa e spaventata, quando le emozioni negative prevalgono e fanno perdere il senso di sé.
Paure, insicurezze, frustrazione, rabbia, tante emozioni negative che, se non gestite, rovinano la vita a se stessi e agli altri. Chi vuole essere così infelice? Eppure la maggior parte delle persone felice non è e si sfoga sugli altri. Usando parole terribili, cariche di quelle emozioni collezionate nel subconscio, pertanto affatto lucide e degne di considerazione.

La conclusione a cui io sono arrivata è: 1. ci si può lavorare, 2. non tutti hanno voglia di farlo.
Il secondo punto generalmente fa la differenza. Non c'è persona al mondo che non debba lavorarci, è normale, abbiamo tutti i nostri mostri. Il punto è volere stare meglio, volere aprirsi al mondo con coraggio e chiarezza, volere davvero vedere come stanno le cose.

Quando decidete di fare questo passo di consapevolezza, circondatevi di persone positive, incoraggianti, che godono dei vostri successi. Lasciate perdere quelle negative che vi buttano giù e vi criticano o, peggio ancora, vi giudicano: potete serbare compassione per loro nei vostri cuori, ma non dovete per forza andarci a spasso a braccetto. Se sono relazioni importanti, persone molto vicine, e avete già fatto del vostro meglio per lavorarci attraverso il dialogo ma non c'è stato un punto di incontro nonostante i vostri sforzi, guardate alla relazione con gratitudine: state imparando qualcosa. Poi andate oltre. Soprattutto, credete in voi stessi e state attenti alle parole che usate anche nei vostri confronti: siate positivi, affermate il vostro successo, guardate avanti godendo del presente qualunque sia, certi che tutto andrà bene perché voi potete essere sereni se solo lo volete davvero.

Le parole possono essere uno strumento di pace e consapevolezza, di successo e prosperità, oppure di guerra e autodistruzione. Voi quali preferite, quelle della mente o quelle del cuore?

domenica 15 dicembre 2013

Finestra di successo



Life is much more successfully looked at from a single window.
- tratto da The Great Gatsby, di F. Scott Fitzgerald


La vita si osserva molto meglio da una finestra sola: in quanti sono d'accordo con questa affermazione?
Nick forse uscirebbe in carne e ossa dal primo capitolo del romanzo di Francis Scott Fitzgerald per dirvi che le persone che guardano il mondo da una sola direzione ed eccellono in quella singola cosa che fanno sono in effetti le persone che hanno più successo nella vita. In poche parole, guardare le cose da "una sola finestra" darebbe la visione più chiara in assoluto di ciò che si sta osservando.

Nello yoga esistono tecniche che usano la concentrazione su un singolo pensiero, un suono, un oggetto, un singolo elemento che ci permetta di focalizzare su di esso tutta la nostra attenzione e acquieti così la nostra rumorosa mente, affollata da ben più di un singolo elemento.
La parola yoga significa "unione" e lo yogi è colui che riesce a trovare la neutralità fra gli opposti: il mondo è fatto di polarità (giorno/notte, maschio/femmina, bene/male, ecc) e questa cosa non si cambia. Accettare i "due" e riuscire ad elevarsi al punto da vedere "uno" è il talento di una mente neutrale e la chiave per essere felici, poiché gioia e dolore, alti e bassi della vita diventano parti della stessa medaglia con cui giocare e fare esperienza.

Una sola finestra: siamo d'accordo? In quanti direbbero: se guardo soltanto da una finestra, non mi perderò tutto quello che si vede da qualche altra, magari meglio posizionata, proprio sulla piazza principale?
Non so voi, ma io ci ho pensato. E mi sono data una risposta.
Perché pensare a tante finestre? Chi ha detto che la nostra casa deve averne tante piccole e non può averne solo una gigantesca? Entrerebbe persino più luce. E, in ogni caso, chi ha detto che dobbiamo chiuderci in una casa per affacciarci da una finestra?
Tendiamo a cercare all'esterno ciò che possa soddisfare i nostri bisogni. Cerchiamo il successo nel mondo esterno, aspettandoci di scorgere risultati da quella finestra, dal comfort della nostra casa, da tutto ciò in cui abbiamo investito, dalla struttura che abbiamo scelto perché le nostre prospettive avessero la forma che corrispondesse alla nostra visione. Ma siamo sicuri che sia la visione giusta?

Qual è la chiave del successo? Cosa ci rende felici e allo stesso tempo prosperi?

Ci sono due possibilità: possiamo mettere finestre fra quattro mura nel tentativo di fare entrare luce e vedere il mondo affacciandoci da lì, oppure possiamo realizzare che la finestra siamo noi.

Se spostiamo l'attenzione all'interno, se realizziamo che quella finestra dà su noi stessi e non all'esterno, la visione cambia.
Nelle grandi aziende (ho lavorato come consulente di comunicazione per un paio di multinazionali, chissà, forse solo per condividerne qui l'esperienza!) il principio della finestra è fondamentale: invece di finestra sentirete espressioni altisonanti come comunicazione interna e comunicazione esterna, personalità del brand, vision, ecc. Stiamo parlando però sempre di una semplice finestra, niente altro che una finestra.
Ogni azienda è infatti tale e quale a una singola persona: più c'è unione e unità di intenti, meglio funziona.
Praticando yoga stimoliamo il sistema nervoso e, attraverso la meditazione, eliminiamo le personalità multiple per lasciare esprimere la nostra autenticità e creatività. In altre parole: eliminiamo lo stress e la spazzatura che abbiamo accumulato nel subconscio assumendo ruoli di ogni tipo per anni. Come dire: tutte le impalcature e le fondamenta della nostra casa possono rivelarsi fragili di fronte a uno scossone, se sono solo ciò che abbiamo creato per rivestire un ruolo. Finestre comprese.

Cambiando la prospettiva, realizzando cioè che non abbiamo bisogno di costruire alcuna finestra perché la finestra siamo noi, la prosperità comincia a fluire.
Pensate a voi stessi come una finestra: tutto entra ed esce liberamente. L'aria circola, l'energia circola, le idee circolano, la creatività circola. Possiamo aprirci e chiuderci in base alle situazioni, con un semplice gesto, sensibili e intuitivi, in grado di riconoscere immediatamente se ciò che entra è profumo di fiori o polvere da lavori in corso ed agire di conseguenza, cogliendo le buone opportunità oppure difendendoci da quelle potenzialmente dannose. La visione sul mondo esterno non è filtrata da qualcosa che abbiamo costruito noi, nella convinzione che il giudizio dato dalla nostra mente fosse la discriminante, bensì è esattamente ciò che è, visto dalla nostra consapevolezza, da uno sguardo diretto dall'interno al mondo esterno.

"La vita si osserva molto meglio da una finestra sola": le persone di successo usano solo una finestra.
Al di là delle implicazioni nel romanzo di Scott Fitgerald, ambientato nell'America delle differenze di classe degli anni Venti (si potrebbe dire che è ancora attuale...), dove con questa frase Nick esprime il suo iniziale desiderio di appartenenza alla società, la citazione qui serve da ispirazione: il successo viene dalla consapevolezza, dall'unità, dalla non dispersione. Per successo, leggasi felicità: barcamenandosi fra gli alti e bassi della vita con uguale partecipazione neutrale e gioiosa, lasciando che le cose si muovano senza blocchi e ristagni attraverso la nostra finestra, le opportunità non possono che arrivare.
In altre parole: la chiave del successo è credere in noi stessi senza preconcetti su come le nostre inclinazioni troveranno un risvolto nel mondo e sviluppare una neutralità che ci fa essere intuitivi e ricettivi a tutto ciò che ci circonda in modo da cogliere le buone opportunità al momento giusto.
E ovviamente, una volta scoperte le nostre potenzialità e inclinazioni e trovato il nostro sbocco creativo, metterci l'anima con grande onestà, impegno e trasparenza: mai e poi mai vogliamo deludere noi stessi!

Cosa vediamo in noi stessi di talmente bello che il resto del mondo dovrebbe saperlo e fruirne? Apriamo la nostra finestra e comunichiamolo!

venerdì 29 novembre 2013

Il chakra della gola


Creatività a tavola in un ristorante di Tulum, Messico


The word spoken with manners and radiance effectively gives infinite strength to the speaker, and the experience is Godlike.

Yogi Bhajan


Sulla scia delle ricette d'amore, oggi parliamo di gola: in termini di creatività in cucina ma anche di comunicazione, con il supporto dello yoga.

Secondo l'anatomia yogica, i chakra sono vortici di energia (la parola in sanscrito significa proprio "vortice" o "ruota") che corrispondono a precise aree del nostro corpo: il loro corretto funzionamento (e movimento) mantiene la salute in buono stato. In termini di medicina occidentale questo accade quando le ghiandole del nostro corpo, il sistema endocrino, funzionano in modo bilanciato, agendo anche sul sistema nervoso.
Di chakra che passano per il corpo ce ne sono tantissimi, ma i principali corrispondono appunto al nostro sistema ghiandolare. Il chakra della gola, in particolare, è localizzabile in corrispondenza della tiroide (e paratiroide), una meravigliosa ghiandola a forma di farfalla: quale immagine più collegabile a gentilezza, libertà e grazia?

Il chakra della gola è il centro dell'espressione creativa e autentica, della nostra verità: le parole hanno un grande potere nel produrre un effetto sull'ambiente e sulle persone a cui le facciamo arrivare. Quello che diciamo e come lo diciamo esprime chi siamo: ecco perché una comunicazione aggraziata, priva di parole negative e cariche di impulsività fuori controllo, ci rende migliori comunicatori in quanto persone più piacevoli e degne di essere ascoltate. Persino la nostra voce ha il potere di arrivare più o meno piacevolmente alle orecchie altrui: non c'è bisogno di avere la preparazione di un cantante, però prestare attenzione al tono di voce (in modo che sia gentile e sicuro al tempo stesso) sicuramente migliora il processo di comunicazione.

Se la creatività più in termini fisici nasce naturalmente sotto l'ombelico (al livello del secondo chakra, corrispondente al sistema riproduttivo), la creatività applicata e consapevole risiede nella gola ed esprime con verità chi siamo, ovvero la nostra anima.
Quando paure, insicurezza e stress ci bloccano, le nostre capacità di esprimerci e la nostra creatività non fluiscono: sono giorni in cui la pagina resta bianca perché non troviamo le parole, la tela litiga con i colori, i bambini sembrano non volerne sapere di darci retta, ci sentiamo pigri e poco attivi, perdiamo opportunità e siamo chiusi al rinnovamento e la trasformazione non accettando i cambiamenti. Sembra insomma che nulla si muova, ma la verità è che siamo noi a non fluire e non lasciare che le cose si muovano intorno a noi. Non siamo liberi né in grado di trasformare le sfide in opportunità.

In questi casi di staticità, un po' di inventiva e attività rilassanti (ma dinamiche) possono essere di grande aiuto. Si può usare il corpo: praticare yoga ovviamente è perfetto, ma si può anche ballare, cantare (il chakra della gola si attiva immediatamente!), parlare con i bambini, compiere un gesto gentile nei confronti del partner o di noi stessi, fare una passeggiata nella natura o qualunque altra attività che ci muova da quello stato di stagnazione e ci liberi dall'auto-prigionia.

Io ieri ho cucinato, per esempio: la creatività in cucina è super divertente. In questi giorni di Thanksgiving sono stata particolarmente ispirata dal cibo, nel mio caso ovviamente vegetariano.

La mia idea di ispirazione, fortemente legata a un costante flusso di gratitudine, è già venuta fuori più volte in questo blog (qui i dettagli). Yoga e creatività sono fortemente interconnessi e l'aspetto più bello, a mio avviso, è che ciascuno di noi può esprimersi nel modo che più gli è congeniale, in totale libertà, per dare vita a un'opera creativa, qualunque essa sia. Ricette comprese.

Ogni prodotto della terra mi provoca un moto di gratitudine di per sé: più è naturale, appena colto o meno raffinato possibile, più dà energia sana e duratura.
Avete mai provato a prendere un chicco d'uva in mano e non mangiarlo subito? Toccate la superficie liscia della buccia con i polpastrelli, accarezzatelo con le labbra, annusatene la fragranza, provatene la consistenza solo con la lingua e il palato in bocca e solo all'ultimo usate i denti perché vi doni il suo succo, masticando lentamente e bene. Ringraziate e assimilate.
Ogni pasto potrebbe essere un'occasione per meditare e, di sicuro, in questo modo sarà molto più facile da digerire.

Detto ciò, sono siciliana e amo il cibo gustoso. Ho una mamma che dipinge e cucina divinamente, abbellendo ogni piatto con fantasia. Io non sono né una cuoca né una pittrice, i miei ingredienti sono le parole, ma nelle mie vene sicuramente scorre quel flusso continuo di ispirazione al creare e un'attitudine godereccia alla buona tavola.

Il risultato di questi giorni in cucina è stato all'insegna del goloso cioccolato e voglio condividerlo con voi.
Nelle ricette che seguono, gli ingredienti sono tutti biologici e non trovate uova. Io mangio i latticini, ma se siete vegani ci sono sempre altre possibilità!
Si può essere golosi in modo sano: basta usare ingredienti di qualità e non esagerare con lo zucchero (e le fette di torta!).

Anche cucinare è una forma di comunicazione e un gesto d'amore. Nel mio caso, queste ricette sono avvenute per nutrire il mio CV, i vicini, gli amici a cena. E la mia creatività.

Vi fa gola?



Torta Sacher (quasi) vegana


Torta Sacher (quasi) vegana

Ingredienti:

250 grammi di farina tipo 0
150 grammi di zucchero di canna integrale
80 grammi di olio di girasole
120 grammi di cioccolato fondente
2 cucchiai abbondanti di cacao
250 grammi di latte (o latte di soia se la volete del tutto vegana!)
2 cucchiaini di lievito
1 cucchiaino di bicarbonato
2 cucchiai scarsi di aceto di mele
marmellata di albicocche q.b.

Per la copertura:

200 grammi di cioccolato fondente
100 grammi di latte (o latte di soia)
2 cucchiai di marmellata di albicocche
2 cucchiai di sciroppo d'acero

Preparazione:

Versate l'aceto di mele nel latte (o latte di soia!) e lasciate riposare per qualche minuto. Aggiungete il cioccolato fondente che avrete sciolto a bagnomaria, due cucchiai di marmellata di albicocche, lo zucchero di canna e l'olio. In un'altra terrina setacciate farina, lievito, bicarbonato e cacao; aggiungete un po' alla volta ai liquidi (io ho usato il robot da cucina, perché l'impasto della Sacher è più consistente di una torta soffice standard). Ungete e infarinate una teglia da forno di 24cm di diametro, versate il composto e mettete in forno preriscaldato e ventilato a 160 gradi. Fate cuocere per 35 minuti. (Se la teglia è più piccola, dimezzate le dosi e infornate per una decina di minuti in meno).

Fate raffreddare, poi tagliate la torta per il lungo e spalmate uno strato generoso di marmellata di albicocche sulla parte bassa. Ricoprite con l'altra parte della torta. Nel frattempo sciogliete a bagnomaria il cioccolato fondente per la copertura, aggiungete lo sciroppo d'acero, due cucchiai di marmellata di albicocche e il latte (o latte di soia!). Spalmate il tutto quando è ancora caldo sulla torta e fate raffreddare per mezz'ora in frigo prima di servire.


Cupcakes, vegane a piacere

Direttamente dagli States, il dolcetto più famoso che ci sia.

Basic (Vegan) Cupcakes

Ingredienti per 6 cupcakes alla vaniglia e 6 cupcakes al cioccolato:

1/4 di litro di latte (o latte di soia)
1 cucchiaino di aceto di mele
110 grammi di burro (sostituibile con margarina oppure 80 ml di olio di girasole)
170 grammi di zucchero
estratto di vaniglia q.b.
175 grammi di farina
2 cucchiai abbondanti di cacao
1 cucchiaio di amido di mais
1 cucchiaino di lievito
1 cucchiaino di bicarbonato
sale q.b.

Per una copertura di cioccolato spessa e ricca (io ne faccio spesso a meno... de gustibus!):

110 grammi di burro (o margarina) ammorbidito a temperatura ambiente
150 grammi di sciroppo d'agave, chiaro o scuro
2 cucchiaini di estratto di vaniglia
40 grammi di cacao
50 grammi di latte in polvere (o latte di soia in polvere)

Preparazione:

Lasciate addensare il latte con l'aceto di mele per qualche minuto a parte. Mischiate burro e zucchero nel mixer a media velocità per un paio di minuti e poi dividete il composto a metà.
In una metà aggiungete 2 cucchiaini abbondanti di estratto di vaniglia, metà del latte con l'aceto, 100 grammi di farina, l'amido di mais, mezzo cucchiaino di lievito, mezzo cucchiaino di bicarbonato, un pizzico di sale.
Nell'altra metà aggiungete 1 cucchiaino scarso di estratto di vaniglia, l'altra metà del latte con l'aceto, la farina rimasta, il cacao, mezzo cucchiaino di lievito, mezzo cucchiaino di bicarbonato, un pizzico di sale.
Cuocete in forno preriscaldato e ventilato a 180 gradi per 20 minuti.

Lasciate raffreddare mentre preparate la copertura (se la volete): sbattete margarina e agave nel mixer a media velocità fino ad ottenere un composto liscio. Aggiungete la vaniglia, il cacao, il latte in polvere (o latte di soia in polvere) a bassa velocità. Se il mix appare troppo denso, aggiungete un po' di agave, se troppo liquido aggiungete pochissimo latte in polvere.
Mettete in frigo per 10 minuti per far rassodare e uscitelo 15/20 minuti prima di doverlo spalmare (con creatività!) sulle cupcakes completamente raffreddate.

martedì 19 novembre 2013

Valentina sul panino

Plaza Grande, Mérida


La prima volta che in Messico mi hanno chiesto se volevo Valentina sul panino, la mia immaginazione ha fatto i fuochi d'artificio.
Valentina è una salsa piccante (a base di chili, cos'altro?): il brand, nato a Guadalajara, è talmente noto che il nome "Valentina" in Messico è diventato archetipo di condimenti alla stregua di ketchup o mayonese.
Sembra più il titolo di un fumetto hot (il collegamento con la Valentina di Guido Crepax è inevitabile), eppure funziona.

La comunicazione non è altro che questo: quando lo dici semplice, è più facile da ricordare. Questo non vale solo nell'advertising ma anche in una relazione.

Se provo a parlare con mio marito passandogli ogni singolo pensiero che mi passa per la testa e relative parole ad esso associate, potete stare sicuri che ne carpirà il 10%.
Questo non è per sminuire la sua capacità d'ascolto o le mie capacità oratorie, è soltanto che io sono una donna e lui è un uomo.

C'è una branca dello yoga kundalini che pratico e insegno che si chiama Umanologia e una delle cose che studia è proprio la natura dell'uomo e della donna e la loro relazione, in quanto creature del tutto differenti e ugualmente meravigliose.

Per esempio: l'uomo pensa per problemi, la donna per idee. Vale a dire: "Caro, stavo pensando che potremmo ridipingere le pareti di casa..." e vuoi solo buttare lì un'idea che ti è passata per la mente. Quello che tu ignori è che lui sta già pensando a quale colore dovreste scegliere, quando può fissare in agenda questo evento, stimare il budget necessario per la spesa in questione, pensando a chiamare la ditta dopo la riunione in ufficio di domani. Il giorno dopo, però, quando lui riprende l'argomento tu caschi dal pero: "era solo un'idea..."!

Altro esempio, celeberrimo: l'uomo riesce a fare una sola cosa alla volta, la donna è multitasking, come la dea Kali dalle multiple braccia. Stai preparando la cena, parlando al telefono con un'amica, tenendo in braccio il bambino, e riesci anche a parlare con lui che invece è concentrato sul riparare qualcosa che si è rotto a casa. Il risultato è che, seduti a tavola per la cena, tu pensi lui abbia seguito tutto e gli chiedi: "allora ci pensi tu domani a far la spesa?" e stavolta è lui (che ti aveva detto sì) a cascare dal pero.

La caduta dal pero è insomma la specialità in ogni relazione uomo-donna che si rispetti. Il punto è che si può sorridere di fronte alle differenze, una volta che se ne ha la consapevolezza.
Se la donna comincia a pensare di non essere ascoltata è un guaio. Invece può avere compassione: poverino, non ce la fa. Sta facendo qualcosa? Tutto il suo cervello è concentrato in quello che sta facendo. Diglielo dopo: ascolterà, sei la sua dea, ti ha scelto perché lo ispiri.
Oppure: la donna ha un'idea e l'uomo rimane male se poi prova a metterla in atto e lei fa spallucce. Perché? Lo sai che è fatta così, lasciale sfornare tutte le sue idee, quando davvero vorrà che tu faccia qualcosa per lei te lo chiederà: sei il suo dio, ti ha scelto perché tu la sostenga.

Nel comunicare si può pensare a Valentina (non un'altra donna, per carità!). In una sola parola, tutto il sapore che serve per rendere una pietanza caratteristica e memorabile.
Dirlo facile, leggero, con il sorriso. E se l'altro ancora non capisce, nel silenzio ascolterà. Non nel rimprovero e nelle urla.

Cattedrale di San Idelfonso, Mérida

Qui a Mérida ho passato quasi tre giorni e ho conosciuto: Fernando, Arturo, Roberto e altri di cui - mi perdoneranno - non ricordo il nome. Questi amabili signori erano chi studente, chi professore universitario, chi dipendente al Municipio. Ciascuno di loro mi ha fermato per strada con fare innocente conquistandosi la mia fiducia grazie a un'effettiva disponibilità e preparazione culturale: il professore mi ha illustrato la storia dell'Università di Mérida, lo studente mi ha descritto con cura tutte le attività attualmente in corso in teatro, il dipendente pubblico mi ha parlato degli affreschi del palazzo del governo. Ciascuno, guarda caso, si trovava di fronte ai rispettivi edifici e mi ha fermato proprio là.
Tutti avevano in comune una cosa: alla fine dei loro davvero interessanti e, ho appurato, veritieri discorsi, ti invitavano a comprare nella zona x o y per "aiutare la comunità" o perché "altrove i prodotti sono falsi" oppure perché "domani è festa e chiude tutto".

Questi signori sono artisti della comunicazione. Sanno chi è il target (il turista assetato di informazioni culturali e/o sociali del posto che sta visitando), parlano la tua lingua (e non importa se tu conosci la loro, usano comunque la tua), ti accompagnano con nonchalance nell'esplorazione dell'edificio davanti al quale si sono piazzati facendo presa sul tuo genuino interesse e, cammina cammina e parla parla, ti infilano i "prodotti" e i "punti vendita" nella passeggiata e nel discorso con grande maestria.

Purtroppo per loro hanno beccato un'altra professionista e, probabilmente, una delle turiste peggiori (non solo non ho comprato niente, li ho anche ascoltati fino all'ultimo per gentilezza pur sapendo dove volevano arrivare). Ma sono sicura che il loro marketing funziona.
In ogni caso, sono gentiluomini: una volta che dici chiaramente (ancora una volta, comunicazione!) che non comprerai nulla, girano i tacchi e non insistono.



















L'arte comunque a Mérida c'è davvero: palazzi coloniali, chiese, teatri, danze e canti quasi ogni sera al centro storico. E la gente è davvero gentile, anche quando vuole ottenere qualcosa lo fa con stile e consapevolezza a la mexicána: la viaggiatrice solitaria che non mangia carne e non beve alcolici deve apparire come un fenomeno da indagare. Sono sicura che in poco tempo il loro marketing coprirà anche questo sconosciuto target e aggiungeranno nuovi ingredienti da mettere sul panino.

Affresco di F.C.Pacheco, Creazione dell'uomo dal mais - Palazzo del Governo, Mérida



mercoledì 2 ottobre 2013

Contatto




Ed eccomi qui a disintegrare definitivamente il guscio.

Still Words adesso ha un suo indirizzo.it ed è su Facebook, Twitter, Pinterest, Google+... Mi sono improvvisata webmaster: ho scritto stringhe di numeri, lettere, virgolette, trattini, senza sapere quello che facevo ma usando l'intelligenza; ho impostato le diciture corrette alle voci "host" e "CName" per il cambio di dominio (è ostrogoto anche per voi quanto lo è per me?); ho sofferto nel vedere che il sito per un po' non compariva online finché, come per magia (ok, niente magia quando ci sono sotto codici binari!), un bel giorno si è materializzato di nuovo nella finestra del mio browser.

Soprattutto, ho iniziato in prima persona a fare capolino nei social network che (ad eccezione di Facebook) finora sono stati per me mondi sconosciuti. Di sicuro sono io sconosciuta a loro.
Questa cosa dei followers, del pubblico, dei lettori... mi ha sempre un po' inibito e non solo per via della mia timidezza all'idea che qualcuno davvero legga: sono stata una grande snob per molto tempo, pensando che il mondo dei blog fosse solo una vetrina per mettersi in mostra, desiderando aumentare la propria popolarità per trovare lavoro o successo personale, senza essere particolarmente interessati a comunicare davvero con gli altri.
Ispirata da blogger che stimo, però, e si trovano su quasi ogni social network senza per questo essere superficiali o del tutto presi da se stessi, ho abbracciato la socializzazione online come fenomeno umano.
Adesso sono io la prima a rendersi conto che ci vuole qualcuno che legga quello che scrivo, altrimenti che senso avrebbe la comunicazione senza un feedback? In quel caso, non si parlerebbe neppure di comunicazione. Parlare da soli, scrivere e lasciare le pagine nascoste in un cassetto, non ha alcun senso: tanto vale stare in silenzio e ascoltare.
Perciò stavolta posso dire di avere accolto davvero tutti i modi che conosco e che ho qui, in questa lontana America, per sporgermi e toccare le persone (anche fosse solo la punta delle dita).
Con un'ispirazione di fondo: Aristotele diceva che l'uomo è un animale sociale, d'accordo. Ma il blogger (come chiunque altro comunichi con le parole) deve essere più di quello, deve essere umano: esprimersi con onestà e con l'intenzione di creare molto più di una società, ovvero una connessione reale frutto di una comunicazione neutrale.

Questo vado a pensare, socializzando anche fuori dal web: un dopocena a casa di una coppia British chiacchierando di Perù e altri viaggi imminenti e di cosa voglia dire far nascere e crescere un bambino (vegetariano) in un paese straniero. Una cioccolata calda d'arrivederci con un'amica che si trasferisce definitivamente e riduce il numero delle persone con cui ho legato più intimamente qui negli US a... due. Una visita ad una conterranea (cioè siciliana) neo-mamma e la sua tenerissima bimba, anche loro per destino temporaneamente americane, parlando di strutture sanitarie che funzionano ma dottori-robot che ti considerano un numero. Un bigliettino affettuoso dal Canada, da parte di una ragazza conosciuta lì durante un corso di yoga, per ricordarmi che le persone con cui c'è stato uno scambio autentico rimangono. Parole e abbracci proiettati oltreoceano, dove una cara amica (nonché consanguinea) con cui sono cresciuta e ho condiviso i travagli e le gioie della vita ha appena dato alla luce, esattamente con lo stesso dolore e immensa gioia, una bellissima bambina.
Connessioni, condivisioni, contentezza, ed ecco che affiora davanti ai miei occhi il bello dell'essere social: non avere confini. A prescindere dal grado di conoscenza e intimità, si può davvero entrare in contatto con le persone, quando si è se stessi.

In questi giorni di iperattività, la neutralità è stata messa a dura prova: la meditazione quotidiana, tanto per cominciare, è risultata più difficile. E la comunicazione con me stessa (e mio marito, il più vicino a me... dopo di me!) è stata frettolosa.
A volte è difficile fermarsi e semplicemente non fare nulla. Ma è così che funzionano quelle still words: si corre e anche velocissimo, ma si è abbastanza quieti dentro per vedere che stiamo correndo e per raccontarcelo onestamente, in modo da comunicare altrettanto in modo trasparente con gli altri.

Ho corso e mi è anche piaciuto. Dalla mia postazione, ora, fra notebook, iPad, iPhone, agenda, to do list ma anche appunti che ti ricordano le persone e un bigliettino d'amore da parte di mio marito... un bel respiro, e avanti tutta con neutralità.

mercoledì 28 agosto 2013

Pensiero laterale. Anzi no, d'altura.

Grand Canyon, Arizona

C'è un punto, lungo uno dei trail del South Rim del Grand Canyon, che hanno chiamato Ooh Aah Point (pronuncia: u-a-point). Ammirando da lì il panorama, si capisce perché hanno scelto un suono tanto "uao".
In effetti ci sono esperienze che si possono raccontare ed esperienze per le quali non ci sono molte parole, per le quali un suono di meraviglia è tutto quanto possa descriverle.
La domanda sorge spontanea come l'alba dal Grand Canyon: sì, ma se io devo scrivere un pezzo, l'argomento è vasto e complicato, le parole in cui lo devo dire poche e la deadline è per... ieri, che faccio?

C'è una espressione in gurmukhi, usata come mantra nel kundalini yoga, che è Wahe Guru ed esprime lo stato di estasi e totale meraviglia di fronte all'Infinito.
Come è facile immaginare (una volta sperimentata la pronuncia del mantra), Wahe assomiglia molto a "uao"! E in effetti questo è: uao! Che meraviglia, da questo stato di totale apertura ed espansione, da questa cima da cui posso vedere tutto quello che sta succedendo lì sotto (dove, per inciso, c'è tutta la nostra natura umana, con tutti i suoi pregi e difetti)!
Guru non è solo la famosa marca di abbigliamento o il guru indiano che forse in molti immaginano.
Guru è l'insegnante e letteralmente significa "dal buio alla luce": fondamentalmente è ciò che ci illumina quando siamo all'oscuro di quanto sta accadendo.
Ma ancora più interessante è prendere coscienza, nella pratica dello yoga, che c'è un guru dentro ciascuno di noi e siamo tutti insegnanti: abbiamo la capacità di avere una visione d'insieme, come dalla cima di una vetta.

L'argomento può essere difficile e il tempo a disposizione veramente poco: invece di brancolare nel buio e andare nel panico, bisogna fare un passo indietro. Anzi, laterale. Meglio ancora, volare.
Si tratta di cambiare prospettiva: qualcuno lo chiama pensiero laterale, io lo chiamo pensiero d'altura. Invece di aggirare l'ostacolo, lo affrontiamo dall'alto: voliamo sopra la nostra testa e ci guardiamo lì, sul ciglio della montagna, ad osservare il panorama. Forse sembreremo piccoli e indifesi di fronte a quella vastità, ma se riusciamo a guardarci dall'alto evidentemente è perché stiamo davvero volando. Scusate se è poco!

Per portare il lavoro a casa nel minor tempo possibile, contenendo l'infinità dell'argomento in un numero limitato di parole, bisogna ritrovare la propria innocenza: dimenticando il nostro grande talento (ed ego), semplicemente diremo "uao" come farebbe un bambino (o forse Wahe Guru, se pratichiamo il kundalini yoga!).
Nessuno sforzo per giri di parole: uao, e basta. Più l'argomento è difficile, più le parole devono essere semplici. Parole semplici occupano poco spazio e poco tempo, sia per chi scrive che per chi legge.

Come esseri umani siamo già un microcosmo parte di un macrocosmo, dunque abbiamo già dentro di noi il linguaggio per esprimere la vastità in poche parole. Dobbiamo solo lavorare sulla nostra consapevolezza per accedere a quelle risorse dentro di noi e sviluppare una mente raffinata, veloce ed efficace al servizio della nostra creatività.

mercoledì 14 agosto 2013

Go bananas!

Adoro certe espressioni dello slang americano. Come questa che, se dovessimo tradurre letteralmente, vorrebbe dire "vai banane" o "forza banane" o magari "andate a banane". Invece no, significa "fare i matti"! Quotando una delle wiki-answers trovate in rete:

La frase "go bananas" può essere associata al comportamento delle scimmie che si sono assuefatte alle banane come cibo (espressione simile è anche la frase "go ape").
Oppure può riferirsi al comportamento selvaggio e ubriaco causato dal bere un tipo di intruglio che i nativi indonesiani ricavano dalle banane fermentate.

Interessante: ammattire perché ci si è stufati della solita sbobba oppure ammattire perché ci si è fatti una dose di troppo. Non sono forse questi i presupposti della depressione, del continuo altalenare fra gli opposti lontano dal fulcro di neutralità?

Stamattina a colazione ho bevuto un frullato che conteneva quattro banane, ma non mi sembra molto scatenata come cosa.
Non è da me invece bere margaritas, ma quando i tuoi vicini ti acchiappano sotto casa insieme a tuo marito, tutti vestiti di bianco, portoricani simpatici e festaioli, calorosi come il sole... Go bananas!

Ora, non avevo idea del fatto che potessero entrarci sospettissimi intrugli indonesiani fatti con banane fermentate, nel dare origine all'espressione "go bananas": nei nostri margaritas c'era piuttosto (puoi solo fidarti dei vicini!) vino d'agave. Mi viene spiegato che in questo modo il drink è molto, molto più leggero dei classici margaritas.

Ho cominciato a capire quanto era leggero, bevendo: rinfrescante, buono, dolce ma non troppo. M-m!
Ho cominciato a ridere dopo 3,5 minuti e dopo il primo dito di bevanda. Eccoti il wild, drunken behavior! Nel mio caso, sonore risate.
Mio marito, forte della profonda conoscenza che ci unisce, se la rideva sotto i baffi e ogni tanto mi accarezzava la testa teneramente, mentre io continuavo a ridere. La mia vicina: "she's so cute!".
Solitamente non bevo alcolici, proprio non mi piacciono, perciò vado subito in orbita già con un centilitro di drink: nessuno ci crede, finché non vede! Non mi sono mai ubriacata davvero, perché fondamentalmente non bevo. E anche quando bevo qualcosa che mi piace (come la sangrìa, per me pericolosissima!), divento subito talmente brilla che mi gira tutto e probabilmente dimentico di bere il resto o non trovo più la strada tra il bicchiere e la bocca. Sono però cosciente di quello che sta succedendo: come dire, mi lascio andare consapevolmente.

Spesso e volentieri, nella comunicazione, si va "a banane". Ricordo il triste periodo in cui l'Italia è stata soprannominata "la repubblica delle banane" e tutto nacque in effetti da una comunicazione di quel tipo, "a banane".
Ora, la follia può anche essere un aspetto importante della creatività umana (il pensiero corre a Van Gogh o ai poeti maledetti, per esempio): il brainstorming può essere il nostro momento di follia, la creatività senza freni e inibizioni è perfetta quando vogliamo lasciare fluire le idee, le libere associazioni, l'ispirazione. La scrittura creativa ci lascia sbizzarrire a tal proposito.

Ma non bisogna pensare che dietro anche un'apparente assenza di struttura, non ci sia in effetti una consapevolezza e una padronanza di fondo assolutamente indispensabili, persino per creare un brevissimo haiku.
Quando però la follia è una patologia si sconfinano i limiti fisiologici e diventa impossibile percepire la realtà che ci circonda: questo non si presta a una comunicazione neutrale, dove lo scopo del gioco è scrivere e parlare avendo ben presente da quale livello e in quale spazio si sta comunicando e tenendo in grande considerazione il proprio pubblico. Nella comunicazione neutrale, la nostra follia umana viene sapientemente canalizzata nelle parole migliori da usare.

Due parole, in una classe di yoga, possono cambiare la consapevolezza e l'energia dell'intera classe, possono mancare oppure essere di troppo.
Yogi Bhajan, maestro di kundalini yoga, ha detto: "non importa cosa dici o cosa fai, quello che importa è la tua presenza". Amo questa frase: nella mia personale interpretazione, Yogi Bhajan sta dicendo che non importa quale sia il contenuto della tua comunicazione o quale sia il tuo ruolo (scrittore, comunicatore, poeta, politico, insegnante di yoga, dittatore...), quello che importa è se hai carisma e personalità nel dirlo. Ecco perché persino gli esempi più nefasti della storia (basti pensare ad Hitler) hanno avuto successo.

Il primo passo verso la depressione creativa è illuderci che la follia e l'eccesso siano la soluzione. Il talento e la genialità sono dentro di noi, escono allo scoperto oppure no, ma puntare soltanto su quello ci mette a rischio di rimanere delusi. L'inventiva e l'originalità si manifestano spontaneamente senza bisogno di spararci la posa: quando si ha successo è perché si è seguito il proprio flusso, non come ubriachi o drogati, bensì come leader di se stessi e padroni della propria comunicazione.

Se vogliamo andare a banane, insomma, dobbiamo farlo consapevolmente. Se vogliamo che la nostra creatività si esprima manifestando il nostro genio e la nostra (sana) follia, dobbiamo avere autostima e, di conseguenza, carisma e carattere. Senza assuefarci ai nostri ruoli come le scimmie alle banane, senza andare in tilt e trasformarci in scimmie ubriache perché il successo ancora non arriva.
Nel frattempo...
Yoga contro la depressione della nostra creatività: respirare lungo, lento e profondo!
Allungare il respiro finché si riesce a inspirare in 20 secondi, trattenere il respiro 20 secondi ed espirare in altri 20 secondi.
Si può arrivare al "respiro da un minuto" gradualmente, basta mantenere la proporzione fra inspirazione, apnea ed espirazione: si può iniziare con cicli di 5 secondi, poi 10 secondi, poi 15 secondi, fino ad arrivare ai 20.

mercoledì 31 luglio 2013

Il vero potere delle parole




"I am determined to speak truthfully, with words that inspire self-confidence, joy and hope." - Thich Nhat Hanh


Questo fine luglio sfuma nei ritmi veloci delle attività del rientro, dopo le giornate trascorse nell'immensa natura americana.
I primi due giorni a casa mi svegliavo al mattino e mi chiedevo: oggi che si fa dopo la meditazione? Guardiamo un po' la Lonely Planet e organizziamoci in modo da vedere il più possibile, entro il poco tempo che abbiamo a disposizione, prima di tornare on the road verso la prossima tappa... Soltanto dopo un po' mi rendevo conto di dov'ero (e del fatto che mio marito era già via, in ufficio da ore).
Bello viaggiare, bello tornare. Dopo due settimane fuori mi manca l'avventura, quella sensazione di non sapere quello che ci aspetta, di esplorare posti nuovi. Poi realizzo che, dopotutto, vivo negli Stati Uniti: sono comunque straniera.

Le riflessioni di oggi partono dal calendario: luglio sta finendo e si fa i conti con il mese che è passato. Ho scelto il mio calendario (ben visibile in cucina) con cura: dodici mesi per dodici citazioni di Thich Nhat Hanh. Molto, molto ispirante. Peccato che ogni tanto quei famosi ritmi quotidiani siano così rapidi che non hai il tempo per fermarti qualche minuto a meditare su frasi tanto pregne di significato.

A Luglio Thich Nhat Hanh (che, per inciso, è un monaco buddista, scrittore e attivista per la pace, oltre ad essere una guida spirituale e una fonte di ispirazione non solo per la sottoscritta) mi regala una frase che probabilmente dovrei recitare come un mantra ogni giorno.
La propongo quindi anche a tutti coloro che come me usano le parole per lavoro, per diletto o semplicemente per dare fiato alla bocca.

"Parole che inspirino autostima, gioia e speranza": hai detto niente! Come insegnante di yoga, ho scoperto (senza alcun preavviso) di essere un esempio e che tutto quello che dico (e come lo dico!) ha un impatto profondo sui miei studenti.
Come copywriter... beh, è un'altra storia! Il mondo della pubblicità e della comunicazione a volte può essere molto "finto". Pur di vendere un'immagine o un prodotto si diventa fin troppo spesso un po' subdoli.
Sbagliato!!!
Ed ecco il mio punto: non c'è alcun bisogno di inventarsi nulla e spendere preziose parole per vendere fumo.

Uno dei segreti di una buona comunicazione si basa proprio sulla verità: mai, e dico mai, inventarsi qualità di un prodotto che in realtà sono inesistenti o facilmente contestabili.
Perciò, anche se il cliente è innamorato del suo prodotto (o, spesso e volentieri, di se stesso), anche se implora in ginocchio di dire che la sua bottiglia d'olio contiene davvero oro liquido, non si cade nella trappola!

Il primo presupposto è che la gente non è stupida, non va presa in giro con giri di parole.
Quindi: chiarezza, trasparenza e semplicità. Bisogna dirlo facile. In modo creativo, certo, ma senza mirabolanti fantasie, piroette e salti mortali. Perché quando si cade da lì, ci si fa tanto, tanto male.
Essere "determinati" a comunicare con neutralità (consapevoli di tutti i punti forti e quelli deboli) è un'ottima base di partenza. Nonché un grande esercizio per la propria coscienza e pace interiore. Parola di Tich Nhat Hanh.

venerdì 26 luglio 2013

Still Words nella foresta dei giganti

Sequoia National Park, Sierra Nevada, CA

Con il loro silenzio gli alberi parlano. Se poi sono gigantesche sequoie millenarie, hanno davvero tanto da raccontare.
Mi hanno parlato di orsi, cervi e scoiattoli. Di nascita, vita, morte e nascita di nuovo. Delle ferite che il fuoco ha lasciato e di come siano in grado di sopportare un simile dolore e sopravvivere.
Ho visto il sangue di queste vecchie sequoie, le cicatrici rimarginate e quelle ancora aperte, le rughe, le braccia rivolte al cielo. Ho ascoltato il loro respiro, accarezzato il loro tronco raggrinzito e a volte felpato, sentito le loro radici sotto i miei piedi.
A bocca aperta, piccola piccola ai piedi dei giganti, mi sono sentita immensamente grata e senza paura di fronte ai timidi orsi che si sono fatti vedere.

In Sierra Nevada c'è questo luogo incantato che sembra uscito da un libro fantasy, una foresta dove ti aspetti di vedere da un momento all'altro gli Hobbit di Tolkien farsi un giro su questi colossi naturali (sequoie, per la precisione) che prendono vita.
Nella natura è più facile raggiungere uno stato meditativo e la creatività affiora in superficie più spontaneamente. Per quanto mi riguarda gli alberi sono come un'ancora: mi radicano e mi fanno sentire connessa, mi danno la base di partenza per spiccare i miei voli di fantasia.
Ecco perché questo post un po' fra cielo e terra: ispirata dalle sequoie ho letteralmente visualizzato una corrispondenza con alcune tecniche di scrittura e comunicazione.

Come gestire il flusso della nostra creatività? Cosa si fa di fronte a una pagina bianca?
Gli alberi danno l'esempio su come si possa stare con i piedi per terra e allo stesso tempo estendersi verso il cielo per raggiungere quei più alti livelli di consapevolezza da cui provengono le idee migliori.

Ogni volta che buttiamo giù un pezzo (oppure trasformiamo un pensiero in comunicazione verbale), le parole sono come foglie: così tante che è difficile contarle.
Le foglie hanno bisogno di restare agganciate ai rami, se non vogliamo perderci nel labirinto intricato della nostra stessa mente.

I rami delle nostre parole sono la griglia, la struttura attraverso cui il pensiero appunto si dirama. Si può definire questo processo elencando per punti, ad esempio, il filo del discorso. In modo da avere un sistema di riferimento attraverso cui non usciamo fuori tema e tocchiamo tutti gli argomenti che sono necessari perché le nostre fronde siano rigogliose ma anche organizzate.

I rami sono a loro volta attaccati a un tronco: impossibile pensare di esprimersi senza il supporto del proprio centro. Una comunicazione senza centro veicola fantasie senza un reale messaggio, manca di incisività e personalità. Il tronco invece è la forza di connessione tra la nostra pura creatività e gli strumenti che utilizziamo per esprimerla: da quel centro, tutti i punti della comunicazione (i rami, ovvero i contenuti) e le immagini che ne scaturiscono (le foglie, le parole, il rivestimento di quei contenuti), sono stabilmente legati alle radici.

Le radici sono le proprie esperienze, il collegamento alla terra da cui si trae la linfa necessaria per nutrire la propria creatività: il nostro background è unico, non ce n'è un altro uguale, e questo rende la nostra comunicazione originale.
Allo stesso tempo le radici sono i canali di comunicazione che ci connettono a tutti gli altri alberi della foresta (i nostri interlocutori, ovviamente!): le parole che fluiscono da quel fondamento esprimono così un processo creativo consapevole.

Sia per la parola scritta che per la comunicazione orale, quanti vantaggi ci sarebbero se tutti allenassimo la mente al punto tale da pensare prima di parlare e fare uscire fiori dalle nostre bocche?
Se la scrittura è creativa ma anche razionale, se le parole sono sotto controllo ed espresse consapevolmente, l'opera finale ha maggiori possibilità di comunicare con neutralità.
Neutralità significa ascoltare l'intera foresta intorno a noi, grazie a una visione dall'alto che ci consente di cogliere ogni minimo dettaglio e alla saggezza che deriva dall'avere radici connesse in profondità.
La comunicazione neutrale, frutto di una coscienza applicata ad ogni passaggio della nostra creatività, è possente (ovvero efficace) e longeva (perché i feedback durano a lungo nel tempo). Proprio come una sequoia gigante.

mercoledì 24 aprile 2013

Giochi di parole: istruzioni per l'uso

Mount Vernon Trail (between Virginia and DC)



Oggi sono passata a piedi da uno Stato all'altro, dalla Virginia a DC. Giuro.
Il Mount Vernon Trail è una striscia lunga miglia che costeggia il Potomac ed è facilmente percorribile a piedi o in bici: collega Mount Vernon, per l'appunto, ad Alexandria, passando per Arlington e arrivando fino in DC. Gli Americani lo adorano e io questa mattina mi sono mescolata ai locali.
Fra baby-stroll runners (sorprendentemente uomini, per lo più, ma a volte intere famiglie che corrono spingendo il passeggino!), barefoot runners (gente che, Dio li aiuti, corre a piedi nudi), ciclisti buontemponi che ti mandano baci o ti sfrecciano accanto mollandoti al volo un apprezzamento sul sedere (facendosi forti del fatto che non fai in tempo a vederli in faccia!), è stato tutto un "Hi!", "Hallo!", "Hey!" e relativi scambi di sorrisi.
Come nel corso di ogni passeggiata che si rispetti, la mente (in evidente collaborazione con le distrazioni dall'esterno) ha provato in tutti i modi possibili a distogliermi dalla semplice esperienza dei miei passi, del respiro e del paesaggio lungo il percorso.
Come dico anche ai miei studenti, è inutile combattere questo processo: si può però osservarlo e riportare l'attenzione al respiro, all'esperienza. Perlomeno se si vuole svuotare la mente e fare un'esperienza in pace. Ma oggi io non volevo questo!
Quello che ho fatto, camminando per cinque miglia, è stato giocare con le parole. La lezione di disegno a cui ero stata poco prima è stata il pretesto a cui la mia mente si è aggrappata con tutte le sue forze per avere qualcosa da dire ad ogni costo.
Tralasciando i dettagli, qui del tutto inutili e di nessun aiuto per chiunque (specialmente aspiranti scrittori o operatori della comunicazione e tanto più tutti coloro che fossero interessati allo yoga!), dico soltanto che ho trovato tutti i giochi di parole possibili che includessero la parola painting, le horizon lines, i chiaroscuri, e chi più ne ha più ne metta: solo un pazzo avrebbe potuto decifrare il linguaggio nella mia mente. Oppure gli altri che stanno seguendo il corso di disegno.
Finalmente un cartello, segnale dell'Universo, frena il galoppo dei miei pensieri: Caution, slow down!
Allora finalmente ho osservato quello che stava succedendo e ciò che ne ho tratto è questo post, probabilmente. Ecco che arrivano piccoli, utili (e umili) suggerimenti per chi, come me, ama usare bene le parole.

Giochi di parole: applicare con estrema cautela!
Quando ho iniziato a lavorare come copywriter in pubblicità, la mia attitudine di scrittura creativa spesso e volentieri straripava tentando di prendere il controllo. Una delle prime cose che ho imparato è che la fantasia è un'arma potente, talmente potente che se non la indirizzi o controlli ti porta al suicidio della comunicazione funzionale e funzionante.
In fase di brainstorming, tutto è bene accetto, ovvio: va bene sparare qualunque sciocchezza, giocando con le parole, senza freni inibitori. Ma bisogna restare lucidi e rallentare, quando vediamo che la mente si fissa su ciò che più la diverte... Perché, alla fine, probabilmente ne traiamo solo una mente divertita ma non portiamo il lavoro a casa.
Prendiamo un bel respiro piuttosto e guardiamo cosa sta succedendo: è ogni singola parola funzionale a quello che dobbiamo comunicare? Soprattutto, è comprensibile nella sua semplicità e chiarezza?
Ripeto: non tutti i giochi di parole sono inutili o poco azzeccati. A volte un'assonanza o il significato non univoco di una singola parola può diventare un claim di successo. Però bisogna essere lucidi (e avere l'umiltà di non innamorarci del nostro divertentissimo gioco di parole).

domenica 21 aprile 2013

Elementi di comunicazione

Amritsar, India



Ieri, al cinema, Halle Berry diceva: "You're a capricorn, I am too, do you know what that means? We are fighters!".
Non posso che confermare, sono del capricorno e sono una combattente.
A volte però lottare non è la cosa migliore che abbia fatto: il più delle volte non è necessario e assume soltanto le caratteristiche grossolane ed effimere dell'ego.
Non c'è vittoria senza consapevolezza, senza una visione chiara della battaglia. E, soprattutto, forza non equivale a violenza: si può essere guerrieri aggraziati e delicate principesse guerriere (senza bisogno di essere personaggi di un fantasy!).
A tal proposito ieri ho insegnato una classe per manipura chakra, il terzo, la sede della digestione, del fuoco, della volontà, della sicurezza. Era un gruppo avanzato e ci ha messo l'anima: persino quelli all'apparenza più timidi e insicuri, hanno trovato le risorse dentro se stessi e hanno tenuto duro fino alla fine. Praticando lo yoga, io stessa ho sperimentato che per tenere a lungo una postura senza tremare e crollare non bisogna lottare. Più ti sforzi di ottenere il risultato e più resti intrappolato nella tua stessa mente, con scarsi risultati. Quando invece ti arrendi, qualcos'altro ti tiene su, come per magia, e gli ostacoli svaniscono. Quel fuoco che ci guida, per quanto sacro possa essere, se usato per lottare indiscriminatamente rischia di aumentare le nostre resistenze e bruciarci: dicesi autocombustione.
Questo accade anche nella comunicazione, quando non è neutrale (ovviamente)!

Il sano fuoco, invece, può essere molto utile nella comunicazione neutrale: le parole infatti si possono soltanto usare, oppure si possono anche osareLa creatività va mangiata, digerita e poi liberata: il fuoco (come la digestione che avviene nello stomaco) ci aiuta a processarla in questo modo, in modo da muoverla come in una spirale e rinnovarla continuamente.
Come fare per evitare il bruciore di stomaco? Acqua, per spegnere gli eccessi.
Quando comunichiamo è necessario sapere quando si può forzare un po' la mano e quando invece fermarsi e lasciarsi cullare dalle onde.
Se nella comunicazione c'è troppo fuoco è facile arrabbiarsi e perdere di vista l'obiettivo: esempio lampante sono le maxi litigate in cui una cosa tira l'altra e la scintilla iniziale che ha scatenato l'inferno non ce la ricordiamo neanche più! Nel caso di chi scrive succede quando, di fronte alla pagina bianca e a una deadline fra capo e collo, vomitiamo parole sicurissimi di dove vogliamo andare a parare e poi, quando rileggiamo, beh... ritroviamo la cena del giorno prima.
Se c'è troppa acqua, di contro, è facile fantasticare e perdersi nel proprio abisso senza più uscirne: un po' come affondare nei propri pensieri (o nelle idee su cui ci siamo fissati per riempire la nostra pagina) al punto tale che le voci intorno diventano ovattate e non riusciamo più ad ascoltare bene né l'interlocutore né la nostra libera creatività.
L'ideale dunque sarebbe dosare gli elementi a nostra disposizione: osare, lasciando che il nostro ardore, la passione, le emozioni diano la spinta alla nostra creatività, e anche dosare, per adattare il contenuto alla forma, come fa l'acqua in una bottiglia.

Quello che più ci trattiene di fronte a una pagina bianca o nel corso di un dialogo con un pubblico di una o più persone siamo soltanto noi stessi.
In tanti, per timidezza o insicurezza, restano chiusi nel proprio guscio (io stessa ci sono stata per un bel po'!).
Nello yoga si lavora spesso sul chakra della gola per liberare i blocchi della propria comunicazione e creatività, ma è molto utile lavorare anche sulle basi, su ciò che può sostenere la libera espressione della propria creatività: trovare il proprio centro lavorando sul chakra dello stomaco, per esempio, sviluppa l'autostima e la sicurezza in se stessi necessarie per trasformare il pensiero in azione attraverso la volontà. Ancora una volta le emozioni sono la spinta, non sono da reprimere, semmai da processare e trasformare in qualcosa di efficace.
Quando ci troviamo di fronte alla pagina o al pubblico e andiamo in nero, quello che possiamo fare è guardare noi stessi, spostando l'attenzione dall'essere oggetto all'essere soggetto: non siamo noi di fronte alla pagina e al pubblico, sono loro ad essere di fronte a noi.
Il fuoco è l'elemento più utile per passare all'azione facendo luce in quel buio improvviso, forti e spavaldi di fronte al pericolo, senza tirarci indietro di fronte alle sfide (e al nostro pubblico che, per quanto possa tirarci i pomodori, non importa, è comunque lì in attesa delle nostre parole!).
L'acqua, altrettanto importante, ci dà la sensibilità per adattarci ad ogni situazione e mantenere la calma, trovando le parole che più possano toccare il nostro destinatario.
Tradotto in termini di comunicazione neutrale, questo vorrebbe dire che le nostre parole hanno forza e impatto (grazie all'elemento fuoco, cioè alla nostra sicurezza) e allo stesso tempo sono modulate in base al contesto in cui le esprimiamo (grazie all'elemento acqua, cioè alla nostra sensibilità).
Indossiamo dunque la nostra armatura di seta e facciamo uscire quelle parole: invece di usarle e basta, osiamo applicare la nostra consapevolezza e avere la sensibilità e il coraggio di esprimere nel modo migliore la nostra creatività.

giovedì 4 aprile 2013

Mezzo pieno o mezzo vuoto?

Non comincerò col dire che bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno e non la parte mezza vuota: ho sperimentato personalmente che è impossibile.
Se c'è un bicchiere mezzo pieno, evidentemente c'è anche quel mezzo vuoto lì dentro che tutti noi aspettiamo sia colmato. Questo purtroppo ci dà un senso di incompletezza e insoddisfazione.
In uno dei due centri yoga dove attualmente sto insegnando qui in America stanno venendo pochi studenti alle mie classi. Sono abituata a vedere folti gruppi di persone, ammassate una accanto all'altra perché non c'è abbastanza spazio per tutti nella sala, pur di condividere quell'energia e fare una classe di gruppo. Ma in queste classi, solo tre o quattro persone, con un enorme spazio vuoto in mezzo e intorno. Vuoto, se mi soffermo a guardare lo spazio inutilizzato della sala, in effetti. Ma, una volta che la classe inizia e quelle tre persone danno il meglio, lo spazio diventa pieno, vibrante, denso. Non come in una classe di venti persone, certo, ma comunque qualcosa si muove.

Nella comunicazione il più delle volte gli effetti non sono visibili nell'immediato. Nello yoga, spesso, quello che un maestro dice non lo capisci immediatamente ma, dopo tempo, qualcosa sboccia da quel seme che è stato piantato.
Il mezzo vuoto non è poi così male, perché ci lascia ogni volta a disposizione un certo spazio da riempire.
Vogliamo illuderci che il vuoto non esista, rifiutiamo il dolore, rifiutiamo le emozioni, l'ego, salvo poi agire da esseri umani e quindi CON emozioni, avendo un ego, soffrendo. Non si può negare tutto ciò.
Mezzo pieno, mezzo vuoto: a chi la diamo a bere (vergognandomi per questa banalità appena digitata!)? Sono entrambe metà dello stesso bicchiere!
Il bicchiere siamo noi.
Il mezzo pieno e il mezzo vuoto costituiscono una polarità, ci tentano terribilmente nell'esprimere una preferenza, quando invece la completezza potrebbe nascere dall'accettazione del vuoto e dalla consapevolezza di ciò che eventualmente lo riempie.
C'è una parola in gurmukhi (lingua sacra derivata dal sanscrito che pronunciamo attraverso i canti dello yoga kundalini): saibhang. Significa "self-totality", è una qualità divina. Avviene quando ci rendiamo conto che non abbiamo bisogno di cercare nulla fuori da noi stessi, perché tutto è già lì.
Lo yoga lo insegna: è attraverso le polarità che avviene l'unione, ci si fonde con l'Infinito, l'Universo, Dio, con la Creatività.
La comunicazione è fatta di vuoti e pieni, di chiaroscuri, di effetti a breve e lungo termine. Ma resta sempre un'interezza, un'unità di fondo che si può percepire se applichiamo la comunicazione neutrale e abbiamo dunque una visione dall'alto e non più solo in prospettiva orizzontale: quando cioè riusciamo a vedere che si tratta di un intero bicchiere, a prescindere da quanta acqua contenga o non contenga.
Lo scopo è smettere di pensare a quanto liquido riempie il bicchiere e spostare l'attenzione sul bicchiere stesso: i feedback nella comunicazione prima o poi arrivano, brutti o buoni che siano. Ma nel frattempo noi stiamo facendo un ottimo lavoro.

Il mio esercizio creativo di oggi è dunque smettere di soffermarsi sul proprio successo, accettare i vuoti tanto quanto i pieni, bere da una fonte che sgorga eternamente da dentro di sé e diventare consapevoli della propria trasparenza. Come bicchieri di cristallo.