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giovedì 30 luglio 2015

Goodbye

Market Square con la City Hall, Old Town Alexandria


Non so da dove cominciare. Una sensazione nuova per chi, come me, scriverebbe una pagina per ogni battito di ciglia. Questa pagina però chiude un capitolo e dunque merita più di un battito di ciglia.
C'è un intero sguardo, dietro questa pagina. Uno di quegli sguardi che rivolgi a chi ami, di quelli che solo un bellissimo tramonto cattura, di quelli che amano soffermarsi sui riflessi nelle gocce di pioggia sulla finestra.

Sono gli ultimi giorni qui nella nostra America. Un miscuglio di emozioni fluisce volontariamente libero, dentro e fuori dalla pelle col respiro. Consapevolmente mi godo anche la malinconia della separazione dal luogo che ci ha ospitato per tre lunghi anni, dalla casa in cui il mio baby è nato in un giorno di Novembre quando fuori c'era la neve.

La townhouse in cui abbiamo vissuto, angolo tra la King e la Patrick



Passeggio come sempre nella mia Old Town Alexandria, in Virginia, fatta di ciottoli e mattoncini rossi, di townhouse colorate e negozietti sulla King, la via principale, di un waterfront che tante volte ci ha visto andare su e giù lungo il Potomac, sul Mount Vernon Trail, oppure solo per dire ciao a Starbucks.

Porticciolo al Waterfront, Old Town Alexandria


Un intero sguardo, meritato. Ogni passeggiata è adesso l'ultima, ogni negozio quello in cui ti sembra di non avere mai comprato abbastanza, ogni via e angolo della città quelli che avresti potuto percorrere persino di più. E parte la storia, quella dell'addio e del ritorno, una di quelle ancora, sempre, in viaggio. La mente neutra si prepara a raccontarne una nuova, un'altra vita, back to Rome, poi di nuovo via al nord, back to Rome again, poi chissà. D'altronde le emozioni fanno parte dell'avventura, e ti senti un po' nomade ma innamorata come Vianne Rocher (chi non ha letto Chocolat di Joanne Harris? Se non l'avete ancora fatto, sappiate che è totalmente un'altra storia rispetto al film) che trascina con sé per il mondo la sua piccolina Anouk al ritmo del vento. Guardo il mio baby con amore e lo stringo al seno, quel profumo di bambino mi fa sentire a casa.



Un turbine di emozioni, consapevolmente assaporate. I saluti agli adorabili vicini di casa, ai miei studenti di yoga che più teneri non si può, alle amiche conosciute qui che porterai con te nel cuore e ti auguri di rivedere. Uno sguardo al passato, ai tre anni statunitensi che ti hanno dato tanto, uno al futuro ambientato altrove, pieno di incognite, sogni da realizzare e progetti in corso che vuoi condividere. Poi torni al presente fatto di valigie, scatoloni, pannolini e libri di favole (in inglese). Non c'è tempo di divagare ma le emozioni restano lì a fluire libere al ritmo del vento.



Questo blog è nato in viaggio, ha raccolto le mie esperienze nel Nuovo Mondo che ora è già vecchio. Storie di una mente (che lavora ogni giorno per essere) neutra, e così vorrà essere, sotto un altro cielo. La malinconia c'è, ma danza intorno a una missione che è un pilastro di certezza, come mi ricorda il Ganesha regalatomi dalle amate persone del centro yoga in cui ho praticato e insegnato in questi anni americani, ormai da solo sul comodino vuoto: gratitudine nel mio cuore. Lì dove c'è casa.


giovedì 24 ottobre 2013

Arrivederci, chicha morada!




Machu Picchu

Sono tornata dal viaggio più difficile che abbia mai fatto. Mio marito, tornati a casa dopo due settimane di Perù, ha detto sornione: "adesso ci vorrebbe una vacanza per rilassarci!".
Non ha tutti i torti. Fra le prove a cui ci siamo sottoposti: mal di montagna, scalate mozzafiato, indigestioni, folli corse in autobus a ridosso di precipizi, terremoti, punture d'insetto, notti insonni, ostelli poco confortevoli, traversate per mare e per aria, e tante altre scene alla Indiana Jones.
Eppure, nonostante lo stress e i relativi due chili in meno riportati a casa, la magia del Perù resta. La poderosa energia di Machu Picchu immersa nelle nuvole, i movimenti delicati di chi mi ha letto il futuro nelle foglie di coca, gli occhi delle bimbe andine e dei cuccioli di alpaca, l'intensità del cibo, il contatto immediato con altri viaggiatori, la musica della natura e delle canzoni popolari, le parole nei romanzi di Mario Vargas Llosa, gli "hasta luego!" e i "suerte!" scambiati con chiunque, le immense ali dei condor, il candore della Cordigliera al chiaro di luna, i tramonti sul lago Titicaca...

Machu Picchu

 






Questo post rischia di essere un susseguirsi di parole e virgole, un elenco di immagini e ricordi. Oppure un muro del pianto: lo scrivo mentre ho i nervi a fior di pelle, sulle spalle la stanchezza accumulata nel corso di quella che non è stata esattamente una vacanza e in testa lo stress al pensiero di tutti gli imminenti impegni a stelle e strisce.
Non vedevo l'ora di tornare nel comfort americano, nella townhouse con il mio letto, dove posso gestire io la pulizia e l'ordine. Eppure anche la casa dolce casa al momento ha un lato oscuro: chili di roba da lavare, ovviamente. E un'accoglienza poco gentile da parte di una persona frustrata alla dogana che ci ha fatto sentire tutta l'inospitalità di cui gli States possono essere capaci, quando vogliono. E no, non portavamo foglie di coca dal Perù. Quella del distinto signore in divisa era acidità del tutto gratuita, in totale contrasto con la locandina alle sue spalle che recitava "il nostro personale farà di tutto per mettervi a vostro agio".
Nostalgia d'Italia? Non so. Per ora quello che mi viene in mente (e al palato) è la chicha morada, drink ufficiale del Perù insieme al pisco sour.
Cusco, Perù


La chicha era una bevanda a base di mais cara agli Incas (da loro considerata sacra tanto quanto le foglie di coca, tuttora masticate come tabacco dalla popolazione quechua): è leggermente alcolica e tendente al giallo, come il colore del mais che viene fatto fermentare. La chicha morada acquista il caratteristico colore scuro perché la base è invece un'altra tipologia di mais, di colore violaceo, bollito in acqua con spezie e frutta. Il risultato è una bevanda molto zuccherata, scura come il vino eppure analcolica.
Ancora ubriaca (senza alcol) di questo viaggio, smarrita davanti alle contraddizioni del villaggio USA e agli impegni da onorare, mi sembra di ribollire e fermentare come una chicha. Mi manca chiarezza (evidente da come scrivo, alle due di notte).
So però che lo stress è passeggero, mentre chi guida sono io: mi do un paio di giorni e poi torno alla neutralità, dolce senza bisogno di zucchero.

Chicha morada
Mazamora morada, dolce di mais viola



domenica 6 ottobre 2013

A ciascuno il sud

Acitrezza, Sicilia




El héroe discreto di Mario Vargas Llosa è nello zaino, il segnalibro già al settimo capitolo. A parte il romanzo in lingua (e cultura peruviana) originale, l'iPad e la Lonely Planet, però, non ho ancora pensato a cosa mettere in valigia.
Per Lima si parte dopodomani e saranno due settimane di autobus e scarpinate, dal livello del mare fin giù al canyon più profondo del mondo e su fino ai quattromila metri di Puno: non più di una notte nella stessa città. Ce la faranno anche stavolta i nostri (discreti) eroi ad esplorare tutto ma proprio tutto quello che vorrebbero?

Ci lasciamo alle spalle l'America del furlough, del presidente democratico e la House repubblicana, delle persone che ci raccontano di essere stanche di stare a casa nell'attesa di poter tornare a lavoro, quando il governo comunicherà che lo shutdown è finito. L'America del blame game e dei gun show, ma anche dei party multietnici dove ti ritrovi (felice) a parlare inglese da un lato, spagnolo dall'altro, francese ogni tanto e italiano quanto basta (perché, ebbene sì, ci sono due o tre illuminati che vogliono parlare la nostra lingua).

Guardiamo sotto l'ombelico, ora, l'altra America, quella latina quindi a noi più vicina, quella del sud (ovunque nel mondo eletto a punto cardinale sfigato fra i quattro). L'America del Perù, in particolare, dove furlough non ce ne sono: e come potrebbero esserci? C'è un governo stabile e un'economia in crescita solo da qualche anno. E, ciò nonostante, se le persone non hanno un lavoro non è perché sono temporaneamente a casa in attesa di tornare a prendere i loro settemila dollari al mese: non ce l'hanno e basta, il lavoro.

Qual è il nostro sud?

Facile per me pensare alla mia terra, alla Sicilia, fatta di profumi, colori e passioni intensi, tanto quanto di disoccupazione, pizzo, instabilità. Fertile e arida al tempo stesso.
Ciascuno di noi ha un sud, un cardinale rosso fuoco che diverte e consuma, un luogo al di sotto dell'equatore che determina latitudine e longitudine senza bussola.
Quel luogo interiore dove emozioni, paure, rabbia, insicurezze e impulsi si condensano.
Quel trampolino utilissimo per spingerci in alto ma che, se incontrollato, ci fa tuffare di pancia e magari anche in una piscina senz'acqua.
Indispensabile, quel sud. Ci fa innamorare, appassionare, piangere e ridere. E chi può farne a meno? E' nel sangue, nelle viscere, nell'istinto.
Ha però bisogno di cure, di un governo stabile, di un lavoro sicuro e costante. E per tutto questo c'è bisogno di una mente neutrale, trasparente, consapevole e lungimirante.

Mi preparo dunque a questo viaggio verso sud, alle nuove profondità e altitudini da cui osservare me stessa e il mondo, per comunicare dopo avere guardato con attenzione, partendo proprio da sotto l'equatore.
Non so ancora quali vestiti mettere in valigia, ma so quali parole portare e quanto spazio lasciare per riportarne indietro di nuove.

giovedì 19 settembre 2013

India: la parola al cuore

Gange, Varanasi

C'è un posto del mondo che ha scioccato il mio sistema nervoso così brutalmente da zittire la mente e scaldare il mio cuore fino a farlo parlare: l'India.

Nel corso del mio viaggio nel nord dell'India, i cinque sensi sono stati talmente sovraccaricati da togliermi le parole di bocca per un po', lasciandomi sospesa sulle pagine bianche del consueto quaderno che porto sempre con me per scrivere di qualunque cosa mi venga in mente.

A cominciare dall'udito, la mia misofonia ha dovuto da subito fare i conti con i rumori del traffico nelle strade: tuc-tuc, taxi e auto spericolate, biciclette, motorini, carri trainati da mucche, cavalli e cammelli, venditori ambulanti che urlano la propria merce ma soprattutto un costante concerto di clacson.


New Delhi

L'olfatto, neanche a dirlo: l'odore del cibo per strada si mischia a quello degli escrementi delle sacre mucche.



Varanasi

Il gusto: adoro la cucina indiana, ma provate a mangiare per quasi un mese cibo piccante e poi raccontatemi del vostro colon senza scendere nei dettagli.
Il tatto: sensazioni contrastanti attraversano ogni poro della pelle. Dal solletico delle mosche che si poggiano ovunque sul corpo alle rughe di un elefante e le mani ruvide di un bambino, dal prasad caldo che si mangia con le mani ai freddi soldi che offri nelle gurdwara del Punjab, dal freddo dell'alba sul Gange a Varanasi che punge sul viso al gelido pavimento sotto i piedi scalzi al Tempio d'Oro di Amritsar alle tre del mattino, stringendosi ad altri sconosciuti essere umani per trovare un po' di calore.

Tempio d'oro, Amritsar





La vista, infine. Si può aiutare ogni singolo essere umano sulla Terra, evitandogli di soffrire la fame?

Jama Masjid, moschea a New Delhi



L'India fa questo: ti fa accettare quello che non puoi cambiare, ti dà il coraggio di guardare dentro di te e trasformare invece quello che puoi, aumentando la tua tolleranza e lasciando fluire la tua vera identità. E la magia accade: il tempo si ferma, la creatività fluisce più che mai proprio lì dove ti sentivi inseguito, perseguitato, appesantito.

Ai rumori ci si abitua, diventano parte del tuo silenzio, dopo un certo punto. Dopo un po' non fai più caso all'odore di sudore, escrementi, spezie, smog. Tutto viene processato, la mente si arrende sotto la pressione di una iper-stimolazione sensoriale e il cuore ha la possibilità di parlare: verità.

A Jaipur, la città rosa, le parole di un bramino: a suo dire (non è un dato ufficiale, certo) il numero di persone che muoiono di fame in India è ridicolo se comparato agli altri motivi di decesso, perché nessun Indù rifiuta di dare qualcosa da mangiare a chi bussa alla porta. Ne va del loro karma.
Dare incondizionatamente: la porta sempre aperta del cuore, la serratura da violare per lasciare accedere e accadere pace, felicità, creatività. Una chiave facile, così a portata di mano, eppure tanto invisibile nella quotidianità del comfort e delle assuefazioni, delle ipnosi che ci auto-infliggiamo.

Jal Mahal, il Palazzo sull'Acqua, Jaipur
Palazzo dei Venti, Jaipur

Taj Mahal, Agra
Sarnath, città dove il Buddha fece il suo
primo discorso dopo l'illuminazione

La parola al cuore, in India. Ai ghat sul Gange per le abluzioni sacre e i riti funebri oppure solo per lavare i panni, a piedi nudi e capo coperto al tempio d'oro di Amritsar, nei silenziosi templi buddhisti dove ritrovi te stesso, nelle moschee e nell'invito sonoro del muezzin alla preghiera del mattino che ti butta giù dal letto, nei pellegrini dagli abiti dei colori accesi del Rajasthan, nei poveretti che mendicano lungo la strada, nei bramini adolescenti che celebrano i rituali, nei Sikh che mangiano tutti insieme nella gurdwara, nel palazzo dell'amore ad Agra perché due anime restino unite per sempre, nelle pulci condivise da una scimmia con il suo vecchio amico mendicante, nella maglietta di chi conduce un tuc-tuc e recita la preghiera di Madre Teresa di Calcutta. Tante voci, tante parole, tutte pagine di uno stesso libro.



Uno dei ghat per le abluzioni nel Gange, Varanasi

Celebrazione serale sul Gange, Varanasi


Un ghat per riti funebri e cremazione a Varanasi

Comunica dal cuore, sembra dirti l'India, e le parole saranno sempre quelle giuste, non importa quale forma abbiano: la tua verità è espressione di chi sei, la creatività è dentro di te, la gentilezza nel raccontarsi è uno dei poteri di connessione più grandi che abbiamo.
In qualunque luogo del mondo abitiamo, qualunque bella religione sia il nostro confortevole rifugio: dov'è casa se non nel proprio cuore?


Gurdwara Sikh al Tempio d'oro, Amritsar

Jama Masjid, moschea a New Delhi
Statua del Buddha a Sarnath
Preghiera cristiana su t-shirt, New Delhi


Preghiere induiste sul Gange, Varanasi




mercoledì 10 luglio 2013

In pentola

Victoria Falls, Zimbabwe



Gli ingredienti ci sono tutti: yoga, viaggi, incontri, avventura, sfide, esperienze, scrittura.
A partire da questo fine settimana, durante il quale mi aspettano tre giorni di yoga full immersion, un corso di approfondimento per insegnanti durante il quale esplorerò i confini della mia mente, mi relazionerò con persone che conosco e ne conoscerò tante altre nuove. Meraviglia!
Poi si parte, destinazione Las Vegas e Grand Canyon, prime tappe del viaggio verso la West Coast: on the road lungo il deserto e i parchi naturali, fino alla costa, San Diego e Los Angeles. Sento già il prurito ai piedi.

Sono giorni, questi, in cui mi proietto nel mondo più del solito: cartine, itinerari, pianificazioni, lonely planet, mappe interattive online... Non riesco a non pensare sin da ora al Perù in ottobre, sentendo già il cuore battere forte al pensiero di trovarmi in luoghi sacri e misteriosi, nella natura, in quota, con un compagno di viaggi la cui mano avvolge sempre la mia. E penso al Messico, meta a caso, alle prime volte nella vita, a una sfida così a lungo ricercata, tanto viaggio solitario quanto lontano dall'isolamento, al coraggio e alle opportunità recuperate, al romanzo che ne può venire fuori.
Scrivere, sempre... Anche per lavoro. Insegnare yoga a pieno ritmo è il dono più grande, di cui mi sento più grata, ma anche la copywriter che è in me è contenta di essere messa all'opera, presa alla sprovvista da offerte sbucate dal nulla.
Proiezioni spontanee, tacite preghiere, cuore aperto, innocenza: non ho altri ingredienti, per la mia prosperità. Il bene attira il bene, la felicità attira la felicità e, come dice mia nonna, "aiutati che Dio ti aiuta!". Così mi è sempre arrivato tutto senza che lo abbia mai desiderato o abbia sofferto per ottenerlo, perché qualunque cosa o persona io abbia attirato, l'ho sempre vissuta come parte dell'avventura. Sono una persona fortunata e piena di gratitudine. Di più: sono grata di essere fatta così, grata di essere grata sempre e comunque.

Ci sono ancora tanti luoghi da visitare, tanti angoli del mondo e dell'anima da esplorare, tante persone e storie da scrivere. Davanti a ogni mappa, davanti a ogni pagina, un misto di emozioni: gioia per ciò che ho visto, fibrillazione per quello che ancora c'è da vedere, un pizzico di impazienza e di paura, nell'eventualità di non riuscire a fare tutto. Come il sogno di passare mesi in un luogo lontano, immerso nella natura, magari in Asia, la casa di sempre... Coltivando i campi come volontaria in cambio di vitto e alloggio, conoscendo da vicino le persone a me tanto familiari, meditando nei templi oppure all'aperto, insegnando yoga, scrivendo un libro, girando in bici, imparando un'altra lingua, esplorando e accogliendo tutto ciò che sembra tanto lontano e scoprire invece che è sempre stato dietro l'angolo. Dietro quell'angolino dell'anima che prende sempre più spazio.
Non hai più l'età giusta, dice la vecchia me. "Ormai hai una famiglia, dovresti pensare solo a quando diventerai mamma!", "Ormai il tuo tempo è passato per queste cose, avresti dovuto pensarci prima!", "Cavoli tuoi ora se non hai applicato prima un po' di sano ego e sei andata da subito per la tua strada, incurante di tutto e tutti!"
Non ho esattamente avuto le spinte, gli esempi o l'incoraggiamento, è vero. Ma oggi so cosa dirmi: tutto questo mi rende speciale. Proprio perché la strada l'ho trovata dentro di me, e non fuori, da sola, sono una persona forte ed equilibrata, in grado di affrontare le paure ed essere me stessa senza ferire nessuno.
Sarò felice di diventare mamma quando succederà, sarò felice di diventarlo rimanendo me stessa, e per questo renderò felice la mia famiglia. Che sia in America, a Roma, in Sicilia o in Asia.

Così mi vedo, in questi giorni. Libera, grazia anche alla vicinanza di un uomo meraviglioso a cui si illuminano gli occhi ogni volta che vede le mie ali spiegarsi. Nessuno mi ha mai fatto sentire così libera, così felice di essere me stessa: per anni ho lasciato che le ali aderissero al mio corpo, formando la figura che faceva comodo agli altri.
Emozioni in pentola: lasciare sobbollire finché trovino la loro ragion d'essere e vadano in fumo, poi mangiarle e infine digerirle. Perché in fondo sai che il viaggio, per quanto l'inizio sia stato ritardato e soffocato, non avrà mai fine.

domenica 21 aprile 2013

Elementi di comunicazione

Amritsar, India



Ieri, al cinema, Halle Berry diceva: "You're a capricorn, I am too, do you know what that means? We are fighters!".
Non posso che confermare, sono del capricorno e sono una combattente.
A volte però lottare non è la cosa migliore che abbia fatto: il più delle volte non è necessario e assume soltanto le caratteristiche grossolane ed effimere dell'ego.
Non c'è vittoria senza consapevolezza, senza una visione chiara della battaglia. E, soprattutto, forza non equivale a violenza: si può essere guerrieri aggraziati e delicate principesse guerriere (senza bisogno di essere personaggi di un fantasy!).
A tal proposito ieri ho insegnato una classe per manipura chakra, il terzo, la sede della digestione, del fuoco, della volontà, della sicurezza. Era un gruppo avanzato e ci ha messo l'anima: persino quelli all'apparenza più timidi e insicuri, hanno trovato le risorse dentro se stessi e hanno tenuto duro fino alla fine. Praticando lo yoga, io stessa ho sperimentato che per tenere a lungo una postura senza tremare e crollare non bisogna lottare. Più ti sforzi di ottenere il risultato e più resti intrappolato nella tua stessa mente, con scarsi risultati. Quando invece ti arrendi, qualcos'altro ti tiene su, come per magia, e gli ostacoli svaniscono. Quel fuoco che ci guida, per quanto sacro possa essere, se usato per lottare indiscriminatamente rischia di aumentare le nostre resistenze e bruciarci: dicesi autocombustione.
Questo accade anche nella comunicazione, quando non è neutrale (ovviamente)!

Il sano fuoco, invece, può essere molto utile nella comunicazione neutrale: le parole infatti si possono soltanto usare, oppure si possono anche osareLa creatività va mangiata, digerita e poi liberata: il fuoco (come la digestione che avviene nello stomaco) ci aiuta a processarla in questo modo, in modo da muoverla come in una spirale e rinnovarla continuamente.
Come fare per evitare il bruciore di stomaco? Acqua, per spegnere gli eccessi.
Quando comunichiamo è necessario sapere quando si può forzare un po' la mano e quando invece fermarsi e lasciarsi cullare dalle onde.
Se nella comunicazione c'è troppo fuoco è facile arrabbiarsi e perdere di vista l'obiettivo: esempio lampante sono le maxi litigate in cui una cosa tira l'altra e la scintilla iniziale che ha scatenato l'inferno non ce la ricordiamo neanche più! Nel caso di chi scrive succede quando, di fronte alla pagina bianca e a una deadline fra capo e collo, vomitiamo parole sicurissimi di dove vogliamo andare a parare e poi, quando rileggiamo, beh... ritroviamo la cena del giorno prima.
Se c'è troppa acqua, di contro, è facile fantasticare e perdersi nel proprio abisso senza più uscirne: un po' come affondare nei propri pensieri (o nelle idee su cui ci siamo fissati per riempire la nostra pagina) al punto tale che le voci intorno diventano ovattate e non riusciamo più ad ascoltare bene né l'interlocutore né la nostra libera creatività.
L'ideale dunque sarebbe dosare gli elementi a nostra disposizione: osare, lasciando che il nostro ardore, la passione, le emozioni diano la spinta alla nostra creatività, e anche dosare, per adattare il contenuto alla forma, come fa l'acqua in una bottiglia.

Quello che più ci trattiene di fronte a una pagina bianca o nel corso di un dialogo con un pubblico di una o più persone siamo soltanto noi stessi.
In tanti, per timidezza o insicurezza, restano chiusi nel proprio guscio (io stessa ci sono stata per un bel po'!).
Nello yoga si lavora spesso sul chakra della gola per liberare i blocchi della propria comunicazione e creatività, ma è molto utile lavorare anche sulle basi, su ciò che può sostenere la libera espressione della propria creatività: trovare il proprio centro lavorando sul chakra dello stomaco, per esempio, sviluppa l'autostima e la sicurezza in se stessi necessarie per trasformare il pensiero in azione attraverso la volontà. Ancora una volta le emozioni sono la spinta, non sono da reprimere, semmai da processare e trasformare in qualcosa di efficace.
Quando ci troviamo di fronte alla pagina o al pubblico e andiamo in nero, quello che possiamo fare è guardare noi stessi, spostando l'attenzione dall'essere oggetto all'essere soggetto: non siamo noi di fronte alla pagina e al pubblico, sono loro ad essere di fronte a noi.
Il fuoco è l'elemento più utile per passare all'azione facendo luce in quel buio improvviso, forti e spavaldi di fronte al pericolo, senza tirarci indietro di fronte alle sfide (e al nostro pubblico che, per quanto possa tirarci i pomodori, non importa, è comunque lì in attesa delle nostre parole!).
L'acqua, altrettanto importante, ci dà la sensibilità per adattarci ad ogni situazione e mantenere la calma, trovando le parole che più possano toccare il nostro destinatario.
Tradotto in termini di comunicazione neutrale, questo vorrebbe dire che le nostre parole hanno forza e impatto (grazie all'elemento fuoco, cioè alla nostra sicurezza) e allo stesso tempo sono modulate in base al contesto in cui le esprimiamo (grazie all'elemento acqua, cioè alla nostra sensibilità).
Indossiamo dunque la nostra armatura di seta e facciamo uscire quelle parole: invece di usarle e basta, osiamo applicare la nostra consapevolezza e avere la sensibilità e il coraggio di esprimere nel modo migliore la nostra creatività.

giovedì 4 aprile 2013

Mezzo pieno o mezzo vuoto?

Non comincerò col dire che bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno e non la parte mezza vuota: ho sperimentato personalmente che è impossibile.
Se c'è un bicchiere mezzo pieno, evidentemente c'è anche quel mezzo vuoto lì dentro che tutti noi aspettiamo sia colmato. Questo purtroppo ci dà un senso di incompletezza e insoddisfazione.
In uno dei due centri yoga dove attualmente sto insegnando qui in America stanno venendo pochi studenti alle mie classi. Sono abituata a vedere folti gruppi di persone, ammassate una accanto all'altra perché non c'è abbastanza spazio per tutti nella sala, pur di condividere quell'energia e fare una classe di gruppo. Ma in queste classi, solo tre o quattro persone, con un enorme spazio vuoto in mezzo e intorno. Vuoto, se mi soffermo a guardare lo spazio inutilizzato della sala, in effetti. Ma, una volta che la classe inizia e quelle tre persone danno il meglio, lo spazio diventa pieno, vibrante, denso. Non come in una classe di venti persone, certo, ma comunque qualcosa si muove.

Nella comunicazione il più delle volte gli effetti non sono visibili nell'immediato. Nello yoga, spesso, quello che un maestro dice non lo capisci immediatamente ma, dopo tempo, qualcosa sboccia da quel seme che è stato piantato.
Il mezzo vuoto non è poi così male, perché ci lascia ogni volta a disposizione un certo spazio da riempire.
Vogliamo illuderci che il vuoto non esista, rifiutiamo il dolore, rifiutiamo le emozioni, l'ego, salvo poi agire da esseri umani e quindi CON emozioni, avendo un ego, soffrendo. Non si può negare tutto ciò.
Mezzo pieno, mezzo vuoto: a chi la diamo a bere (vergognandomi per questa banalità appena digitata!)? Sono entrambe metà dello stesso bicchiere!
Il bicchiere siamo noi.
Il mezzo pieno e il mezzo vuoto costituiscono una polarità, ci tentano terribilmente nell'esprimere una preferenza, quando invece la completezza potrebbe nascere dall'accettazione del vuoto e dalla consapevolezza di ciò che eventualmente lo riempie.
C'è una parola in gurmukhi (lingua sacra derivata dal sanscrito che pronunciamo attraverso i canti dello yoga kundalini): saibhang. Significa "self-totality", è una qualità divina. Avviene quando ci rendiamo conto che non abbiamo bisogno di cercare nulla fuori da noi stessi, perché tutto è già lì.
Lo yoga lo insegna: è attraverso le polarità che avviene l'unione, ci si fonde con l'Infinito, l'Universo, Dio, con la Creatività.
La comunicazione è fatta di vuoti e pieni, di chiaroscuri, di effetti a breve e lungo termine. Ma resta sempre un'interezza, un'unità di fondo che si può percepire se applichiamo la comunicazione neutrale e abbiamo dunque una visione dall'alto e non più solo in prospettiva orizzontale: quando cioè riusciamo a vedere che si tratta di un intero bicchiere, a prescindere da quanta acqua contenga o non contenga.
Lo scopo è smettere di pensare a quanto liquido riempie il bicchiere e spostare l'attenzione sul bicchiere stesso: i feedback nella comunicazione prima o poi arrivano, brutti o buoni che siano. Ma nel frattempo noi stiamo facendo un ottimo lavoro.

Il mio esercizio creativo di oggi è dunque smettere di soffermarsi sul proprio successo, accettare i vuoti tanto quanto i pieni, bere da una fonte che sgorga eternamente da dentro di sé e diventare consapevoli della propria trasparenza. Come bicchieri di cristallo.